Dopo una lunga gestazione nasce un blog giovane,ponderato e politically Scorrect: senza peli sulla lingua,senza freni.Un viaggio a 300 all'ora sulla realtà passata e contemporanea,per scalzare dal loro scranno i baroni della politica, della morale,della storia e,più in generale,della cultura! Questo blog lotta con ARIES OFFICINA NAZIONAL POPOLARE.
BENVENUTI, CHIUNQUE VOI SIATE
Se siete fautori del "politcally correct", se siete convinti che il mondo è davvero quello che vi hanno raccontato, se pensate di avere tutta la verità in tasca, se siete soliti riempirvi la bocca di concetti e categorie "democraticizzanti", sappiate che questo non è luogo adatto a Voi.
Se, invece, siete giunti alla conclusione che questo mondo infame vi prende in giro giorno dopo giorno, se avete finalmente capito che vi hanno riempito la testa di menzogne sin dalla più tenera età, se avete realizzato che il mondo, così come è, è destinato ad un lungo e triste declino, se siete convinti che è giunta l'ora di girare radicalmente pagina , allora siete nel posto giusto.
Troverete documenti,scritti, filmati, foto e quant'altro possa sostenervi in questa santa lotta contro tutti e tutto. Avrete anche la possibilità di scrivere i Vostri commenti, le Vostre impressioni, le Vostre Paure e le Vostre speranze.
Svegliamoci dal torpore perché possa venire una nuova alba, una nuova era!
lunedì 30 aprile 2012
CUCCIOLI LIBERATI: LA LEGGE INDIETREGGI DAVANTI AL BUON SENSO
Come avrete di certo capito, sono piuttosto sensibile riguardo la causa animalista, nonché assolutamente contrario alla vivisezione e a qualsiasi altra pratica che infligga inutili sofferenze agli animali. Li ritengo esseri pienamente sensenzienti, dotati di un'anima e in grado di provare sentimenti così profondi da provocare autentica commozione ed ammirazione in chi abbia la fortuna di vivere a stretto contatto con loro.
Partendo da simili premesse, non posso che dirmi contrario all'esistenza di una struttura come Green Hill sul territorio italiano. Parimenti, non posso che essere dalla parte di quelle persone che hanno fatto irruzione entro il perimetro del canile-lager per liberare alcuni cuccioli di beagle, finendo per ritrovarsi in stato di fermo con accuse gravi sul piano penale: furto, rapina, resistenza a pubblico ufficiale, violazione di proprietà privata e danneggiamento.
D'accordo, in termini strettamente legali le violazioni ci stanno tutte e la legge penale è chiara: presa notizia di un fatto da reato, il Pubblico Ministero competente ha l'obbligo di esercitare l'azione penale, mettendo in moto la macchina delle indagini e quella processuale. Il punto, però, non è questo; il punto è che qui siamo davanti a superiori leggi morali, che attengono alla stessa natura umana, al concetto di "pietas" umana, e che impongono di non rispettare una legge terrena quando questa contrasti con quegli stessi principi morali. Allora trasgredirla non è più un reato, ma addirittura un obbligo. Quello stesso obbligo percepito da Antigone, allorché sfidò il divieto imposto dal re Creonte pur di dare una sepoltura al fratello Polinice.
In nome di questi principi e di questo insegnamento agiscano i magistrati e la politica. A loro vorrei rivolgere il mio accorato appello: adoperatevi affinché la vivisezione sia dichiarata illegale, almeno in Italia, dato che i tempi sembrano essere ormai maturi. Il giudice adito, quindi, si rifiuti di condannare i fermati, adducendo l'esistenza di una causa di giustificazione, quale potrebbe essere la l. 281/1991, che stabilisce il principio generale secondo cui "lo Stato promuove e disciplina la tutela degli animali d’affezione, condanna gli atti di crudeltà contro di essi, i maltrattamenti ed il loro abbandono al fine di favorire la corretta convivenza tra uomo e animale e di tutelare la salute pubblica e l’ambiente". La politica, dal canto suo, si metta in moto per portare in parlamento una legge che finalmente dichiari illegale la vivisezione e tutte le altre violenze sugli animali perpetrate a scopi (pseudo) scientifici, dato che grazie a Dio esistono tecniche di sperimentazione che non vanno ad affliggere ed umiliare degli animali indifesi, (le culture di cellule e di tessuti umani, i microorganismi, i modelli matematici computerizzati, i sistemi artificiali in vitro ecc.).
Sarebbe un'occasione per dimostrare agli italiani che la politica è ancora in grado di farsi carico di una sensibilità comune e di combattere una battaglia puremente ideale, invece di servire interessi settari e meramente economici; un modo per smentire l'assunto, purtroppo sempre più diffuso e compravato, secondo cui lo Stato italiano è debole con i forti e forte con i deboli. Ma sarebbe anche un vero passo in avanti verso un mondo più giusto, più umano e meno tecnocratico; un mondo in cui l'uomo e la scienza aiutano, tutelano e rispettano le altre creature, anziché aggredirle e sfruttarle. D'accordo, sarebbe un mondo ideale e ancora lontano dal divenire cosa concreta; ma non mi sembra un buon modo per torturare chi ha la sola colpa di essere nato dolce e mansueto, come quei poveri cani. Aiutiamoli!
Roberto Marzola.
sabato 28 aprile 2012
28 APRILE: IN MEMORIA DI BENITO MUSSOLINI
Se ne dicono tante sul conto di Benito Mussolini, e spesso a sproposito. Per me è stato sul serio il più grande statista che l'Italia abbia mai avuto. Non ho paura di dirlo, né mi rimangerò queste parole, come qualcuno ha già fatto in passato. Lo ritengo l'unica vera guida, politica e spirituale, degna di essere nominata negli ultimi due secoli di storia italiana. E chi altri potrebbe esserlo? Chi altri ha fatto ciò che ha fatto lui, nel bene e nel male? Forse è per questo che in tanti ne parlano male e ne hanno paura ancora oggi. Perché Mussolini è stato un grande, il più grande di tutti, ed i grandi fanno sempre paura, specie ai deboli di spirito.
Primo tra tutti per spessore umano; una personalità di quelle magnetiche, in grado di affascinare tutti i grandi della terra, persino i suoi oppositori e nemici giurati: da Churchill a Stalin, da Roosvelt a De Gaulle, tutti hanno speso parole d'elogio su di lui.
Primo tra tutti per capacità politica. Nessun altro avrebbe mai potuto fare ciò che ha fatto lui in quel periodo, ossia prendere in mano le sorti di un Paese deluso da una guerra più persa che vinta, dilaniato da tensioni sociali, affamato dalla crisi economica, svuotato dal tracollo dei valori. Sotto la sua guida, nello spazio di pochissimi anni, quel Paese è diventato una terra baciata da Dio, ricompattata nello spirito e nel corpo sociale, proiettata verso il futuro a suon di avveneristiche riforme e di battaglie del popolo e per il popolo. Con lui, addirittura, l'Italia ha goduto di un prestigio senza pari all'estero, riuscendo a divenire parte attiva di alcune delle più importanti decisioni internazionali del periodo. "Il Duce ha salvato la pace": ecco cosa scrivevano i giornali dell'epoca.
Primo tra tutti anche nell'eloquio impareggiabile. Non l'ho davvero mai visto parlare con un foglietto o con un appunto in mano; eppure aveva un pubblico di migliaia di persone, che si riversavano nelle piazze proprio come un fiume in piena scende verso valle dopo le abbondanti piogge primaverili, con lo stesso impeto e lo stesso entusiasmo. E forse questa era la sua più grande dote: saper parlare direttamente al cuore degli italiani; di tutti gli italiani. In loro ha saputo riaccendere sogni e speranze; ad ognuno di loro ha suggerito l'aspettativa e, al tempo stesso, la certezza di un domani migliore.
Primo tra tutti, infine, per la capacità di immaginare proprio un domani migliore, fatto di pace e giustizia sociale, senza più tensioni, senza più povertà, senza più lotte di classe o scontri tra fratelli. Nessuno come lui è stato così sognatore e, al contempo, così lucidamente folle da immaginare un futuro del genere.
Pertanto oggi, nell'anniversario della sua morte, il mio pensiero va a "quell'uomo che più di chiunque altro ha amato la sua Patria; a quell'uomo che, sebbene avesse ricoperto l'Italia di quel prestigio tipico dell'età romana, fu barbaramente e vigliaccamente ucciso, e poi esposto alla bestialità di una folla eccitata dalla crudeltà della guerra; a quell'uomo che ridonò all'Italia onore e gloria e che si impegnò perché l'Italia crescesse su solide basi, quali Dio, Patria e Famiglia". Per tutto questo la storia gli "darà ragione", come proprio lui soleva ripetere. Io ne sono più che convinto.
Grazie Duce! Riposa in pace e veglia su questo martoriato Paese, soprattutto ora che il cielo è buio e la strada sembra smarrita.
A noi!
Roberto Marzola.
Primo tra tutti per spessore umano; una personalità di quelle magnetiche, in grado di affascinare tutti i grandi della terra, persino i suoi oppositori e nemici giurati: da Churchill a Stalin, da Roosvelt a De Gaulle, tutti hanno speso parole d'elogio su di lui.
Primo tra tutti per capacità politica. Nessun altro avrebbe mai potuto fare ciò che ha fatto lui in quel periodo, ossia prendere in mano le sorti di un Paese deluso da una guerra più persa che vinta, dilaniato da tensioni sociali, affamato dalla crisi economica, svuotato dal tracollo dei valori. Sotto la sua guida, nello spazio di pochissimi anni, quel Paese è diventato una terra baciata da Dio, ricompattata nello spirito e nel corpo sociale, proiettata verso il futuro a suon di avveneristiche riforme e di battaglie del popolo e per il popolo. Con lui, addirittura, l'Italia ha goduto di un prestigio senza pari all'estero, riuscendo a divenire parte attiva di alcune delle più importanti decisioni internazionali del periodo. "Il Duce ha salvato la pace": ecco cosa scrivevano i giornali dell'epoca.
Primo tra tutti anche nell'eloquio impareggiabile. Non l'ho davvero mai visto parlare con un foglietto o con un appunto in mano; eppure aveva un pubblico di migliaia di persone, che si riversavano nelle piazze proprio come un fiume in piena scende verso valle dopo le abbondanti piogge primaverili, con lo stesso impeto e lo stesso entusiasmo. E forse questa era la sua più grande dote: saper parlare direttamente al cuore degli italiani; di tutti gli italiani. In loro ha saputo riaccendere sogni e speranze; ad ognuno di loro ha suggerito l'aspettativa e, al tempo stesso, la certezza di un domani migliore.
Primo tra tutti, infine, per la capacità di immaginare proprio un domani migliore, fatto di pace e giustizia sociale, senza più tensioni, senza più povertà, senza più lotte di classe o scontri tra fratelli. Nessuno come lui è stato così sognatore e, al contempo, così lucidamente folle da immaginare un futuro del genere.
Pertanto oggi, nell'anniversario della sua morte, il mio pensiero va a "quell'uomo che più di chiunque altro ha amato la sua Patria; a quell'uomo che, sebbene avesse ricoperto l'Italia di quel prestigio tipico dell'età romana, fu barbaramente e vigliaccamente ucciso, e poi esposto alla bestialità di una folla eccitata dalla crudeltà della guerra; a quell'uomo che ridonò all'Italia onore e gloria e che si impegnò perché l'Italia crescesse su solide basi, quali Dio, Patria e Famiglia". Per tutto questo la storia gli "darà ragione", come proprio lui soleva ripetere. Io ne sono più che convinto.
Grazie Duce! Riposa in pace e veglia su questo martoriato Paese, soprattutto ora che il cielo è buio e la strada sembra smarrita.
A noi!
Roberto Marzola.
venerdì 27 aprile 2012
GIOVANI E SOTTOPAGATI: I LAVORATORI DELLA FORNERO
La maestrina ha parlato. Elsa Fornero torna a farci il predicozzo sulla riforma del lavoro. In sostanza dice: "fate lavorare il Governo e poi, vedrete, sarà un mondo più giusto, più libero, più bello!".
Sarà che sono prevenuto, sarà la solita e triste manfrina sull'art. 18, sarà perché l'ha detto "sua lacrimosità", ma io non credo a mezza parola. Anzi, vi dirò di più: mi preoccupo! Già, perché ad essere preoccupanti sono le premesse logiche su cui poggiano i 69 articoli varati dal governo Monti.
Innazitutto, la copertura finanziaria. Per sostenere il suo progetto, la Fornero & co. hanno pensato ad una vera e propria stangata sugli affitti per quei proprietari che non applicano la cedolare. Per questi, di fatto, vi sarà un aumento pari al 10% della base imponibile. Seguono aumenti sui biglietti aerei e tagli alle deduzioni sulle auto aziendali, sulle assicurazioni ecc.
Vi è poi il problema dei licenziamenti. A tal proposito, se è vero quanto sostenuto da Monti, ossia che un'azienda non può fallire per mantenere tutti i propri dipendenti, è altrettanto vero che la riforma mette nelle mani del datore di lavoro uno strumento potente per liberarsi del proprio dipendente, svincolando persino il giudice dalla necessità di reintegrarlo, salvo il caso, (che appare alquanto difficile da provare), dell'abuso del licenziamento per motivi economici.
Desta, infine, molta preoccupazione la cd. "flessibilità in entrata". Non vorrei dirlo troppo forte, ma temo che i contratti costeranno molto di più per le imprese. Così come temo che il voler "valorizzare l'apprendistato per favorire l'ingresso dei giovani nel mondo del lavoro", (così recita il primo articolo del ddl), sia solo un modo, tanto raffinato quanto subdolo, per dire che, in fondo, si vuole creare soltanto una massa di giovani, disperati dall'assenza di lavoro, da arruolare alla bisogna, con doveri sempri più gravosi e diritti sempre più tenui.
Come andrà a finire? Non lo so. Purtroppo non ho la palla di vetro. So solo che sono ben 1048 gli emendamenti previsti al progetto di legge sul lavoro. Il che, a mio modesto parere, significa una cosa soltanto: Monti chiederà la fiducia. C'è da scommettere che i partiti politici, pur di non esporsi in un momento di obiettiva difficoltà, voteranno per l'ennesima volta la fiducia a questo esecutivo. E sarà una nuova disgrazia, un nuovo aggravamento della situazione per noi poveri Cristi, consumato con il benestare del Parlamento, nella connivenza e reticenza della politica italiana. Cosa gliene frega a loro dei nostri dubbi e delle nostre paure? Hanno già ricevuto l'applauso dall'Unione Europea e a loro basta quello. Cosa aspetteremo a dare il benservito a certi signori non lo so proprio. E, ormai, smetto pure di chiedermelo. Non ha davvero più senso.
Roberto Marzola.
Sarà che sono prevenuto, sarà la solita e triste manfrina sull'art. 18, sarà perché l'ha detto "sua lacrimosità", ma io non credo a mezza parola. Anzi, vi dirò di più: mi preoccupo! Già, perché ad essere preoccupanti sono le premesse logiche su cui poggiano i 69 articoli varati dal governo Monti.
Innazitutto, la copertura finanziaria. Per sostenere il suo progetto, la Fornero & co. hanno pensato ad una vera e propria stangata sugli affitti per quei proprietari che non applicano la cedolare. Per questi, di fatto, vi sarà un aumento pari al 10% della base imponibile. Seguono aumenti sui biglietti aerei e tagli alle deduzioni sulle auto aziendali, sulle assicurazioni ecc.
Vi è poi il problema dei licenziamenti. A tal proposito, se è vero quanto sostenuto da Monti, ossia che un'azienda non può fallire per mantenere tutti i propri dipendenti, è altrettanto vero che la riforma mette nelle mani del datore di lavoro uno strumento potente per liberarsi del proprio dipendente, svincolando persino il giudice dalla necessità di reintegrarlo, salvo il caso, (che appare alquanto difficile da provare), dell'abuso del licenziamento per motivi economici.
Desta, infine, molta preoccupazione la cd. "flessibilità in entrata". Non vorrei dirlo troppo forte, ma temo che i contratti costeranno molto di più per le imprese. Così come temo che il voler "valorizzare l'apprendistato per favorire l'ingresso dei giovani nel mondo del lavoro", (così recita il primo articolo del ddl), sia solo un modo, tanto raffinato quanto subdolo, per dire che, in fondo, si vuole creare soltanto una massa di giovani, disperati dall'assenza di lavoro, da arruolare alla bisogna, con doveri sempri più gravosi e diritti sempre più tenui.
Come andrà a finire? Non lo so. Purtroppo non ho la palla di vetro. So solo che sono ben 1048 gli emendamenti previsti al progetto di legge sul lavoro. Il che, a mio modesto parere, significa una cosa soltanto: Monti chiederà la fiducia. C'è da scommettere che i partiti politici, pur di non esporsi in un momento di obiettiva difficoltà, voteranno per l'ennesima volta la fiducia a questo esecutivo. E sarà una nuova disgrazia, un nuovo aggravamento della situazione per noi poveri Cristi, consumato con il benestare del Parlamento, nella connivenza e reticenza della politica italiana. Cosa gliene frega a loro dei nostri dubbi e delle nostre paure? Hanno già ricevuto l'applauso dall'Unione Europea e a loro basta quello. Cosa aspetteremo a dare il benservito a certi signori non lo so proprio. E, ormai, smetto pure di chiedermelo. Non ha davvero più senso.
Roberto Marzola.
lunedì 23 aprile 2012
"GLI EROI SONO TUTTI GIOVANI E BELLI"
Con l'approssimarsi del 25 aprile il popolo italiano torna a dividersi. L'ho scritto: se lo spirito e la vocazione di una festa nazionale sono quelli di unire, allora certe feste, (il 25 aprile, il 1 maggio ed il 2 giugno), andrebbero cancellate, perché hanno un significato schiettamente di parte. Risultato: ci scappa sempre la polemica!
A mio modo di vedere, però, è quanto meno paradossale che in questo caso la polemica venga più da "sinistra" che da "destra". D'accordo, da parte di quest'ultima ci sono state affissioni sui i muri delle città, richieste di contraddittorio alle conferenze pubbliche, trattazioni a tema e quant'altro; ma i toni sono aspri e livorosi principalmente dalla parte opposta della barricata. Basta leggere le reazioni indignate e violente dei partigiani di oggi e di ieri. "Sono solo provocazioni fasciste" , "sono insulti alla resistenza", "sono offese alla democrazia e alla libertà" e baggianate simili.
Ma quali insulti? Ma quali provocazioni? Mi sa che i signori non hanno capito l'atteggiamento mio e di tanti altri che la pensano come me. Allora, forse, sarà il caso di chiarire.
Da queste parti ci rifiutiamo di celebrare una guerra che l'Italia ha perso. Non vogliamo osannare una guerra civile, che in alcune parti d'Italia ha avuto strascichi anche dopo la fine della guerra. Non ci sentiamo figli di un clima d'odio politico e di un modo infame, vigliacco e persino illecito di combattere, che ha causato decine di migliaia di morti, spesso civili innocenti, (e qui l'elenco sarebbe piuttosto lungo!). Non ci riconosciamo in una data che ha privato il nostro Paese della sovranità nazionale, esponendolo ieri ai venti provenienti dall'Atlantico o dagli Urali ed affogandolo oggi nella cloaca europeista.
Vogliamo semplicemente dire a tutti come sono andate le cose, ossia in un modo molto meno onorevole e romanzato di quanto tradizionalmente si racconta. Ci piacerebbe poter credere ancora in quei valori di Patria, di Identità, di Onore e di senso del Dovere, che con il 25 aprile sono stati esiliati dal Belpaese ed umiliati. Desideriamo essere idealmente vicini ed onorare la memoria di quei ragazzi, di quelle ragazze, di quegli uomini e di quelle donne che, nella maggior parte dei casi, si sono arruolati volontariamente nell'esercito della Repubblica Sociale Italiana, sapendo di andare incontro a morte certa, per rispetto alla parola data, per difendere l'Idea, per tenere alto il prestigio dell'Italia. Quei ragazzi che, come scrisse in dialetto romano Mario Castellacci, si dissero "Repubblicani e no Repubblichini" e si "davano coraggio e sentimento con l'ombre d'Orazio ar Ponte e de Mazzini"; che erano "Camerati ossia fratelli d'Itaja, ognuno in fila su la traccia de sù padre, e der padre de su' padre"; che rinnegavano "le gentacce ladre, i Maramaldi, i vili, i vortafaccia, li cacasotto e i servi dei bordelli"; e che pensavano: "La guerra è persa? E' disparo er confronto? E' finita? Nun vojo sapè gnente. Me 'nteressa l'onore solamente. E si me tocca da morì, so pronto".
Quegli uomini e quei ragazzi noi li consideriamo eroi, per il loro spirito e per la loro capacità di saper difendere le loro scelte anche a prezzo della propria vita. Ci riconosciamo in loro e, al tempo stesso, vorremmo essere all'altezza delle loro gesta e dei loro sogni. Sogni che non sono morti e non moriranno mai, finché riusciremo a tenere in vita la loro memoria, finché verrà tenuto presente l'esempio, finché ci sarà una "corrispondenza d'amorosi sensi".
Continuate pure ad aggredirci e ad attaccarci; tanto lo fate da decenni... Ma non aspettatevi di fiaccarci nel nostro intento, né di farci cambiare idea. Qui non si parla solo di storia; si parla di rispetto, di fedeltà e di onore. Parole che, forse, a voi suoneranno strane. Ma che a noi suonano molto meno strane della vostra fantomatica "demokrazia" e della vostra inesistente libertà di non si sa cosa e da non si sa cosa.
Buon 25 aprile!
Roberto Marzola.
A mio modo di vedere, però, è quanto meno paradossale che in questo caso la polemica venga più da "sinistra" che da "destra". D'accordo, da parte di quest'ultima ci sono state affissioni sui i muri delle città, richieste di contraddittorio alle conferenze pubbliche, trattazioni a tema e quant'altro; ma i toni sono aspri e livorosi principalmente dalla parte opposta della barricata. Basta leggere le reazioni indignate e violente dei partigiani di oggi e di ieri. "Sono solo provocazioni fasciste" , "sono insulti alla resistenza", "sono offese alla democrazia e alla libertà" e baggianate simili.
Ma quali insulti? Ma quali provocazioni? Mi sa che i signori non hanno capito l'atteggiamento mio e di tanti altri che la pensano come me. Allora, forse, sarà il caso di chiarire.
Da queste parti ci rifiutiamo di celebrare una guerra che l'Italia ha perso. Non vogliamo osannare una guerra civile, che in alcune parti d'Italia ha avuto strascichi anche dopo la fine della guerra. Non ci sentiamo figli di un clima d'odio politico e di un modo infame, vigliacco e persino illecito di combattere, che ha causato decine di migliaia di morti, spesso civili innocenti, (e qui l'elenco sarebbe piuttosto lungo!). Non ci riconosciamo in una data che ha privato il nostro Paese della sovranità nazionale, esponendolo ieri ai venti provenienti dall'Atlantico o dagli Urali ed affogandolo oggi nella cloaca europeista.
Vogliamo semplicemente dire a tutti come sono andate le cose, ossia in un modo molto meno onorevole e romanzato di quanto tradizionalmente si racconta. Ci piacerebbe poter credere ancora in quei valori di Patria, di Identità, di Onore e di senso del Dovere, che con il 25 aprile sono stati esiliati dal Belpaese ed umiliati. Desideriamo essere idealmente vicini ed onorare la memoria di quei ragazzi, di quelle ragazze, di quegli uomini e di quelle donne che, nella maggior parte dei casi, si sono arruolati volontariamente nell'esercito della Repubblica Sociale Italiana, sapendo di andare incontro a morte certa, per rispetto alla parola data, per difendere l'Idea, per tenere alto il prestigio dell'Italia. Quei ragazzi che, come scrisse in dialetto romano Mario Castellacci, si dissero "Repubblicani e no Repubblichini" e si "davano coraggio e sentimento con l'ombre d'Orazio ar Ponte e de Mazzini"; che erano "Camerati ossia fratelli d'Itaja, ognuno in fila su la traccia de sù padre, e der padre de su' padre"; che rinnegavano "le gentacce ladre, i Maramaldi, i vili, i vortafaccia, li cacasotto e i servi dei bordelli"; e che pensavano: "La guerra è persa? E' disparo er confronto? E' finita? Nun vojo sapè gnente. Me 'nteressa l'onore solamente. E si me tocca da morì, so pronto".
Quegli uomini e quei ragazzi noi li consideriamo eroi, per il loro spirito e per la loro capacità di saper difendere le loro scelte anche a prezzo della propria vita. Ci riconosciamo in loro e, al tempo stesso, vorremmo essere all'altezza delle loro gesta e dei loro sogni. Sogni che non sono morti e non moriranno mai, finché riusciremo a tenere in vita la loro memoria, finché verrà tenuto presente l'esempio, finché ci sarà una "corrispondenza d'amorosi sensi".
Continuate pure ad aggredirci e ad attaccarci; tanto lo fate da decenni... Ma non aspettatevi di fiaccarci nel nostro intento, né di farci cambiare idea. Qui non si parla solo di storia; si parla di rispetto, di fedeltà e di onore. Parole che, forse, a voi suoneranno strane. Ma che a noi suonano molto meno strane della vostra fantomatica "demokrazia" e della vostra inesistente libertà di non si sa cosa e da non si sa cosa.
Buon 25 aprile!
Roberto Marzola.
giovedì 19 aprile 2012
BASTA CON QUESTA FREGNACCIA DELL'EVASIONE!
In Italia ormai sta passando per vera una fesseria di proporzioni gigantesche: la lotta all'evasione fiscale è il male assoluto. L'assunto è semplice e si può riassumere in questi termini: se tutti pagassimo quanto ci spetta, vivremmo in un ventre di vacca, immersi negli agi e nella prosperità. Stanno provando a ficcarcelo in testa in ogni maniera. Hanno iniziato con la pubblicità sulla RAI , ("chi vive a spese degli altri danneggia tutti. Battere l'evasione fiscale è tuo interesse"); dopodiché sono iniziati i controlli a tappetto delle Fiamme Gialle, (Cortina, Capri ecc.). Come se non bastasse, Napolitano ha rincarato la dose, affermando che "gli evasori fiscali sono indegni di essere italiani". Pure la Gabanelli, con il suo sinistrissimo "Report", ha contribuito alla causa anti-evasione, proponendo di abolire il denaro contante, limitando il prelievo mensile ai 150 €, con una tassa del 33% per ogni prelievo di moneta ulteriore.
Pura mendacità, folle ipocrisia di Stato! Ora, io non sono un esperto di economia o di finanza, ma ci vuole poco a capire che un Paese in cui tutti pagano le imposte è un Paese molto più caro e, di conseguenza, molto più povero. Facciamo un esempio: se io chiamo un muratore per un lavoro a casa mia e pattuisco un pagamento di 1000 € di cui 200 in nero, (quindi 800 dichiarate), il muratore guadagna 200 € nette, mentre io risparmio i 210 € che avrei dovuto versare al Fisco. Quei soldi sottratti all'evasione non finiranno in chissà quale paradiso fiscale, come vorrebbero farci credere, ma saranno spesi al supermercato, dal barbiere, dal giornalaio, dal fruttivendolo o dal macellaio, alimentando tutto quel sistema micro-economico dei consumi che ancora regge in piedi l'Italia. Se fossero regolarmente versati, invece, finerebbero nell'enorme buco nero delle finanze dello Stato, tra sperperi, rimborsi ai partiti, contributi ai giornali, stipendi dei politici ecc. Altro che pensioni e prestazioni sanitarie!
Signori miei, apriamo gli occhi: il problema dell'Italia è proprio la pressione fiscale. Il debito pubblico non è causato dall'evasione, ma dal fenomeno del signoraggio. La lotta all'evasione non potrà mai estinguerlo, come vorrebbero obbligarci a credere con i loro conti della serva, ma causa un ulteriore blocco della crescita, un rallentamento dei consumi e un impoverimento generale. Stesso discorso vale anche per la patrimoniale secca al 4% , (provvedimento di indole comunista, perché colpirebbe i risparmiatori), e per l'abolizione del contante, (proposta neo-imperialista, giacché sarebbe l'ennesimo favore alle banche, che guadagnerebbero sulle commissioni dovute al maggior uso di bancomat e carte di credito). Basta guardare all'inasprimento delle tasse voluto dal governo Monti per rendersi conto di queste mie parole. I risultati sono sotto gli occhi di tutti...
Iniziamo ad aprirli, allora, questi occhietti e ad informarci, per capire finalmente quale sia il vero male, (il signoraggio bancario), e quale sia la cura, (nazionalizzazione delle banche e proprietà pubblica della moneta). La soluzione è davvero tutta qui. Non serve una super-polizia fiscale, che controlli pure quanti soldi regalate a vostro nipote e o se comprate l'insalata evadendo l'IVA; serve un nuovo sistema bancario, l'espulsione dell'interesse privato dal circolo di produzione e scambio della moneta. E' lì a portata di mano la soluzione. Basta prenderla!
Roberto Marzola.
Pura mendacità, folle ipocrisia di Stato! Ora, io non sono un esperto di economia o di finanza, ma ci vuole poco a capire che un Paese in cui tutti pagano le imposte è un Paese molto più caro e, di conseguenza, molto più povero. Facciamo un esempio: se io chiamo un muratore per un lavoro a casa mia e pattuisco un pagamento di 1000 € di cui 200 in nero, (quindi 800 dichiarate), il muratore guadagna 200 € nette, mentre io risparmio i 210 € che avrei dovuto versare al Fisco. Quei soldi sottratti all'evasione non finiranno in chissà quale paradiso fiscale, come vorrebbero farci credere, ma saranno spesi al supermercato, dal barbiere, dal giornalaio, dal fruttivendolo o dal macellaio, alimentando tutto quel sistema micro-economico dei consumi che ancora regge in piedi l'Italia. Se fossero regolarmente versati, invece, finerebbero nell'enorme buco nero delle finanze dello Stato, tra sperperi, rimborsi ai partiti, contributi ai giornali, stipendi dei politici ecc. Altro che pensioni e prestazioni sanitarie!
Signori miei, apriamo gli occhi: il problema dell'Italia è proprio la pressione fiscale. Il debito pubblico non è causato dall'evasione, ma dal fenomeno del signoraggio. La lotta all'evasione non potrà mai estinguerlo, come vorrebbero obbligarci a credere con i loro conti della serva, ma causa un ulteriore blocco della crescita, un rallentamento dei consumi e un impoverimento generale. Stesso discorso vale anche per la patrimoniale secca al 4% , (provvedimento di indole comunista, perché colpirebbe i risparmiatori), e per l'abolizione del contante, (proposta neo-imperialista, giacché sarebbe l'ennesimo favore alle banche, che guadagnerebbero sulle commissioni dovute al maggior uso di bancomat e carte di credito). Basta guardare all'inasprimento delle tasse voluto dal governo Monti per rendersi conto di queste mie parole. I risultati sono sotto gli occhi di tutti...
Iniziamo ad aprirli, allora, questi occhietti e ad informarci, per capire finalmente quale sia il vero male, (il signoraggio bancario), e quale sia la cura, (nazionalizzazione delle banche e proprietà pubblica della moneta). La soluzione è davvero tutta qui. Non serve una super-polizia fiscale, che controlli pure quanti soldi regalate a vostro nipote e o se comprate l'insalata evadendo l'IVA; serve un nuovo sistema bancario, l'espulsione dell'interesse privato dal circolo di produzione e scambio della moneta. E' lì a portata di mano la soluzione. Basta prenderla!
Roberto Marzola.
mercoledì 18 aprile 2012
FONDO DI SOLIDARIETA' PER GLI IMPRENDITORI
L'avevo scritto tempo fa: la crisi uccide. Dopo quattro mesi da quel mio articolo, (che non faceva altro che porre l'attenzione sulla lezione di Pound e di Auriti sul suicidio da insolvenza), i media italiani si sono accorti dei suicidi tra gli imprenditori, gli artigiani e i lavoratori. Adesso parlano (quasi) tutti di "allarme sociale". Se uno volesse polemizzare, potrebbe dire: ve ne accorgete soltanto ora? Dove eravate quando si paventava un'ondata di atti di disperazione? A cosa pensavate quando si diceva all'opinione pubblica: "gli italiani si troveranno presto ad un bivio: o pagare i debiti o uccidersi per l'insolvenza" ?
Lasciamo perdere le polemiche anche stavolta, giacché portano sempre pochi frutti. Pensiamo a come poter salvare la vita a tanti poveracci che, non riuscendo più ad onorare i debiti assunti, arrivano a gettare la propria vita alle ortiche.
La soluzione primaria, ovviamente, sarebbe quella di una riforma massiccia del sistema bancario e delle agenzie di recupero crediti, Equitalia in primis. Meno tassi di interesse, maggior accesso ai finanziamenti, più comprensione al momento del mancato pagamento e via discorrendo. Ritengo, però, questa ipotesi un traguardo purtroppo ancora lontano; la meta di un percorso politico, economico e sociale che ancora deve iniziare, non perché manchi la consapevolezza dello strozzinaggio legalizzato, (che per fortuna cresce sempre di più!), ma perché ancora stenta ad emergere la volontà di cambiare questo stato di cose.
Ecco, dunque, che a mio avviso si profila la necessità di prendere dei provvedimenti temporanei, in grado di avere efficacia già nell'immediato. La mia proposta è semplice e facile da realizzare: perché non costituire un fondo di solidarietà per gli imprenditori in difficoltà? Qualcosa del genere mi pare che stia già nascendo nel Veneto... Ad ogni modo, si tratterebbe di un capitale pubblico di pronta liquidità, da destinare a quegli imprenditori o artigiani che si siano visti rifiutare la concessione di denaro, (magari di poche migliaia di euro), da parte delle banche e che non sanno a chi altri rivolgersi. Si potrebbe pensare ad un tasso di interesse bassissimo -giusto per assicurare un minimo di autosostentamento al fondo stesso- da corrispondere non proprio nell'immediato futuro. Questo fondo potrebbe essere istituito dallo Stato,( magari con parte dei ricavati dalla nuova ondata fiscale o dalla lotta all'evasione), e poi gestito da organizzazioni degli stessi imprenditori o artigiani, secondo regole di trasparenza, correttezza e mutualità.
I vantaggi sarebbero enormi: innanzitutto, ci si potrebbe aspettare un calo dei suicidi da insolvenza. In secondo luogo, si aiuterebbero tante piccole attività, rendendole nuovamente capaci di reggersi in piedi sul mercato e di mantenere occupati i propri dipendenti, in attesa di tempi migliori. Detta volgarmente: sarebbero i proverbiali due piccioni, presi con la classica fava.
A me, francamente, pare una soluzione di buon senso, molto facile da realizzare e, al tempo stesso, di grande efficacia. Perché, dunque, non ci si adopera in tal senso? Vuoi vedere che siamo davvero governati da istituzioni serve dei poteri forti e distanti anni luce dai poveri Cristi come noi?
Anche questo l'avevamo detto a suo tempo ma... s'era detto di evitare le polemiche, no? E allora concentriamoci su altro. Pensiamo a salvare la vita a qualche imprenditore o artigiano e alle loro famiglie. Alla resa dei conti penseremo presto. Molto presto!
Roberto Marzola.
Lasciamo perdere le polemiche anche stavolta, giacché portano sempre pochi frutti. Pensiamo a come poter salvare la vita a tanti poveracci che, non riuscendo più ad onorare i debiti assunti, arrivano a gettare la propria vita alle ortiche.
La soluzione primaria, ovviamente, sarebbe quella di una riforma massiccia del sistema bancario e delle agenzie di recupero crediti, Equitalia in primis. Meno tassi di interesse, maggior accesso ai finanziamenti, più comprensione al momento del mancato pagamento e via discorrendo. Ritengo, però, questa ipotesi un traguardo purtroppo ancora lontano; la meta di un percorso politico, economico e sociale che ancora deve iniziare, non perché manchi la consapevolezza dello strozzinaggio legalizzato, (che per fortuna cresce sempre di più!), ma perché ancora stenta ad emergere la volontà di cambiare questo stato di cose.
Ecco, dunque, che a mio avviso si profila la necessità di prendere dei provvedimenti temporanei, in grado di avere efficacia già nell'immediato. La mia proposta è semplice e facile da realizzare: perché non costituire un fondo di solidarietà per gli imprenditori in difficoltà? Qualcosa del genere mi pare che stia già nascendo nel Veneto... Ad ogni modo, si tratterebbe di un capitale pubblico di pronta liquidità, da destinare a quegli imprenditori o artigiani che si siano visti rifiutare la concessione di denaro, (magari di poche migliaia di euro), da parte delle banche e che non sanno a chi altri rivolgersi. Si potrebbe pensare ad un tasso di interesse bassissimo -giusto per assicurare un minimo di autosostentamento al fondo stesso- da corrispondere non proprio nell'immediato futuro. Questo fondo potrebbe essere istituito dallo Stato,( magari con parte dei ricavati dalla nuova ondata fiscale o dalla lotta all'evasione), e poi gestito da organizzazioni degli stessi imprenditori o artigiani, secondo regole di trasparenza, correttezza e mutualità.
I vantaggi sarebbero enormi: innanzitutto, ci si potrebbe aspettare un calo dei suicidi da insolvenza. In secondo luogo, si aiuterebbero tante piccole attività, rendendole nuovamente capaci di reggersi in piedi sul mercato e di mantenere occupati i propri dipendenti, in attesa di tempi migliori. Detta volgarmente: sarebbero i proverbiali due piccioni, presi con la classica fava.
A me, francamente, pare una soluzione di buon senso, molto facile da realizzare e, al tempo stesso, di grande efficacia. Perché, dunque, non ci si adopera in tal senso? Vuoi vedere che siamo davvero governati da istituzioni serve dei poteri forti e distanti anni luce dai poveri Cristi come noi?
Anche questo l'avevamo detto a suo tempo ma... s'era detto di evitare le polemiche, no? E allora concentriamoci su altro. Pensiamo a salvare la vita a qualche imprenditore o artigiano e alle loro famiglie. Alla resa dei conti penseremo presto. Molto presto!
Roberto Marzola.
lunedì 16 aprile 2012
MAI DALLA PARTE DI ISRAELE
L’ultima tendenza in Italia è quella di descrivere Israele
come un Paese da prendere ad esempio. Le parole d’elogio vengono da ogni dove:
da Fini a Monti, da Saviano a Travaglio, da Veltroni a Umberto Eco. Tutti
questi “grandi pensatori” di casa nostra non hanno mancato di celebrare “l’unica democrazia del medio oriente”;
hanno sottolineato come “questa
democrazia sotto assedio si sta costruendo, si è costruita, ha raggiunto degli
obbiettivi importanti, anche sul piano dell’accoglienza”; lo hanno eletto
come “amico dell’Occidente contro la
minaccia araba”.
Parole che fanno accapponare la pelle; parole che lasciano
perplessi e che suscitano una domanda: ma questi signori sono così ciechi ed ignoranti o, più semplicemente, sono solo
dei grandissimi paraculo? Un interrogativo lecito, almeno per chi conosce un
minimo la storia di questo Stato. Uno Stato che è una pura invenzione politica,
perché privo dei tipici elementi "ontologici": non esiste una comunanza di sangue , né un
territorio d’origine, né un popolo preciso. Niente di niente. Stiamo parlando,
infatti, di un popolo che non esiste più dal 722 a.C., anno della dominazione
assira, seguita da quella babilonese, poi da quella persiana e da quella
romana. Parliamo di una terra che ha smesso di chiamarsi “Judea” dal 135 d.C., allorché l’imperatore Adriano la nominò “Provincia
Syria Palaestina”, ossia “terra
dei Filistei”, un popolo di probabilissima origine indoeuropea. Sin da questa
epoca risalente, non vi è traccia di un popolo o di uno stato ebraico. Le prime
tracce si rinvengono soltanto nel XIX secolo, quando nasce il sionismo: il movimento
ebraico per la nascita dello Stato di Israele. A cavallo tra ‘800 e ‘900
inizieranno i primi acquisti di terreni da parte dei coloni semiti. E’, però,
dopo la fine della Prima Guerra Mondiale che inizia a prendere davvero forma la “Terra Promessa”, a causa della caduta dell’Impero Ottomano e
del mandato, conferito alla Gran Bretagna, di creare uno Stato ebraico.
Cominciano subito le prime rivendicazioni da parte dei coloni: gli ebrei,
guidati da Vladimir Jabotinskij, nel
1929 marciano sul Muro del Pianto chiedendo il riconoscimento dell’esclusiva
proprietà della Città Santa in capo ai figli di Davide. Seguono anni di violenti
scontri tra arabi ed ebrei. Questi ultimi faranno sovente ricorso al terrorismo come strumento di lotta: nel 1931, infatti, nascono le organizzazioni terroristiche
Lohamei Herut Israel e Irgun Zvai Leumi, che
faranno esplodere bombe in luoghi pubblici, uccideranno mediatori ONU e
compiranno ogni sorta di atrocità contro la popolazione civile. A causa dei
numerosi attentati, la Gran Bretagna rimetterà nelle mani delle Nazioni Unite
il mandato per la creazione dello Stato d’Israele.
Nel 1947 viene emanata la
famosa Risoluzione dell’Assemblea Generale n.181, con cui nasce formalmente uno
Stato Ebraico. E’ l’alba della guerra arabo-israeliana del 1948, che causerà l’esodo
di 700 mila profughi arabi, cui sarà impedito di far ritorno in patria dopo la
guerra, in aperto contrasto con l’art. 13 della Dichiarazione Universale dei
Diritti dell’Uomo. Seguiranno la guerra per il Canale di Suez, la Guerra dei
Sei Giorni, lo Yom Kippur, le due Intifade, la guerra col Libano. Conflitti che
Israele combatterà avendo sempre al suo fianco le potenze occidentale, (gli
USA, la Francia, e la Gran Bretagna), causando la morte di quasi 30.000 arabi
contro le circa 5000 ebraiche.
Una storia, come si può ben vedere, fatta di violenza e alleanze trasversali, spesso condotta con metodi contrari alle leggi internazionali, di guerra ma non solo; dei metodi criminali, dunque, che di certo Israele non ha messo da parte. Da decenni, infatti, prosegue una vera e propria pulizia etnica contro la popolazione palestinese, compiuta nel silenzio assordante della comunità internazionale: missili su scuole, ospedali ed abitazioni civili; bombe al fosforo bianco, (vietate dalle Convenzioni Internazionali); uccisioni preventive di presunti terroristi di Hamas senza lo straccio di un processo; blocco dei valichi, che soffocano l’economia palestinese ed impediscono l’approvvigionamento di viveri e medicinali; bambini usati come scudi umani; espropriazione di terre coltivabili per la costruzioni del celebre muro; diritti speciali per i cittadini israeliani e pochissimi diritti riconosciuti a quelli palestinesi…
Questo è ciò che Israele quotidianamente compie nei confronti della popolazione palestinese, che – va detto- sicuramente non è composta da soli terroristi di Hamas. La rete è piena di prove in tal senso: video, interviste, relazioni internazionali e quant’altro. Basta una semplice ricerca. Se non vi basta, potete leggere ciò che da qualche tempo hanno preso a fare e a dire intellettuali di livello mondiale per denunciare le violenze di Israele ed il suo tentativo di pulizia etnica. José Saramago, in tempi non sospetti, fece affermazioni chiare ed inequivocabili: “Gli ebrei non meritano più comprensione per le sofferenze patite durante l'Olocausto. Vivere nell'ombra dell'Olocausto ed aspettarsi di essere perdonati di ogni cosa che fanno, a motivo della loro sofferenza passata, mi sembra un eccesso di pretese. Evidentemente non hanno imparato molto dalla sofferenza dei loro genitori e dei loro nonni”. A chi lo accusò di antisemitismo, rispose in una lettera congiunta, in cui, parlando dell’operato di Israele, disse: “[…]accuse e solenni promesse, servono solo da distrazione per evitare che il mondo presti attenzione ad uno stratagemma militare, economico e geografico di lungo termine il cui obiettivo politico non è niente di meno che la liquidazione della nazione palestinese. Questo bisogna dirlo forte e chiaro perché lo stratagemma, solo per metà manifesto, ed a volte occulto, avanza molto rapidamente nei giorni che passano e, secondo la nostra opinione, dobbiamo riconoscerlo quale è, incessantemente ed eternamente, ed opporci ad esso”(fonte).
Una storia, come si può ben vedere, fatta di violenza e alleanze trasversali, spesso condotta con metodi contrari alle leggi internazionali, di guerra ma non solo; dei metodi criminali, dunque, che di certo Israele non ha messo da parte. Da decenni, infatti, prosegue una vera e propria pulizia etnica contro la popolazione palestinese, compiuta nel silenzio assordante della comunità internazionale: missili su scuole, ospedali ed abitazioni civili; bombe al fosforo bianco, (vietate dalle Convenzioni Internazionali); uccisioni preventive di presunti terroristi di Hamas senza lo straccio di un processo; blocco dei valichi, che soffocano l’economia palestinese ed impediscono l’approvvigionamento di viveri e medicinali; bambini usati come scudi umani; espropriazione di terre coltivabili per la costruzioni del celebre muro; diritti speciali per i cittadini israeliani e pochissimi diritti riconosciuti a quelli palestinesi…
Questo è ciò che Israele quotidianamente compie nei confronti della popolazione palestinese, che – va detto- sicuramente non è composta da soli terroristi di Hamas. La rete è piena di prove in tal senso: video, interviste, relazioni internazionali e quant’altro. Basta una semplice ricerca. Se non vi basta, potete leggere ciò che da qualche tempo hanno preso a fare e a dire intellettuali di livello mondiale per denunciare le violenze di Israele ed il suo tentativo di pulizia etnica. José Saramago, in tempi non sospetti, fece affermazioni chiare ed inequivocabili: “Gli ebrei non meritano più comprensione per le sofferenze patite durante l'Olocausto. Vivere nell'ombra dell'Olocausto ed aspettarsi di essere perdonati di ogni cosa che fanno, a motivo della loro sofferenza passata, mi sembra un eccesso di pretese. Evidentemente non hanno imparato molto dalla sofferenza dei loro genitori e dei loro nonni”. A chi lo accusò di antisemitismo, rispose in una lettera congiunta, in cui, parlando dell’operato di Israele, disse: “[…]accuse e solenni promesse, servono solo da distrazione per evitare che il mondo presti attenzione ad uno stratagemma militare, economico e geografico di lungo termine il cui obiettivo politico non è niente di meno che la liquidazione della nazione palestinese. Questo bisogna dirlo forte e chiaro perché lo stratagemma, solo per metà manifesto, ed a volte occulto, avanza molto rapidamente nei giorni che passano e, secondo la nostra opinione, dobbiamo riconoscerlo quale è, incessantemente ed eternamente, ed opporci ad esso”(fonte).
Per la causa palestinese si è speso anche Nelson Mandela, il
quale nel gennaio del 2009 scrisse una lettera ad un articolista del New York
Times, (consultabile per intero qui),
in cui disse: “Thomas, se vedi i sondaggi fatti in Israele negli ultimi trent’anni,
scoprirai chiaramente che un terzo degli israeliani è preda
di un volgare razzismo e si dichiara apertamente razzista. Questo razzismo e’
della natura di: ‘Odio gli arabi’ e ‘Vorrei che gli arabi morissero’. Se
controlli anche il sistema giudiziario in Israele, vi troverai molte
discriminazioni contro i palestinesi. E se consideri i territori occupati nel
1967, scoprirai che vi si trovano già due differenti sistemi giudiziari che
rappresentano due differenti approcci alla vita umana: uno per le vite
palestinesi, l’altro per quelle ebraiche. Ed inoltre, vi sono due diversi
approcci alla proprietà ed alla terra. La proprietà palestinese non è
riconosciuta come proprietà privata perché può essere confiscata. […]Israele
ha privato milioni di palestinesi della loro proprietà e della loro libertà. Ha
perpetuato un sistema di gravi discriminazioni razziali e di disuguaglianza. Ha
sistematicamente incarcerato e torturato migliaia di palestinesi, contro tutte
le regole della legge internazionale. In particolare, esso ha sferrato una
guerra contro una popolazione civile, in particolare bambini”.
Di recente, anche il Nobel per la poesia Gunter Grass ha
deciso di alzare la voce contro Israele, scrivendo una poesia dal titolo: “Quello
che va detto”, (qui la
traduzione), in cui il poeta tedesco confessa:
“Mi sento oppresso dal peso della menzogna
e costretto a sottostarvi, avendo ben presente la pena in cui si incorre
quando la si ignora:
e costretto a sottostarvi, avendo ben presente la pena in cui si incorre
quando la si ignora:
il verdetto di 'antisemitismo' è di uso normale”.
Versi e confessioni che gli sono valsi un veto: quello di
non poter entrare in Israele. Una sorte simile ma ancor più atroce, invece, è toccata al premio
Nobel per la pace Maguire: espulsa perché aveva cercato di rompere il blocco di
Gaza, dopo sei giorni di carcere. Blocco ed espulsione toccati in questi giorni anche agli
attivisti filo-palestinesi di “Flytilla”, tra cui l’italiano Vauro. Non si può certo che Israele sia incoerente da questo punto di vista!
Direi che simili gesti, simili scelte politico-militiari e simili atti di guerra si commentano da soli, senza bisogno che io aggiunga altre parole. Aggiungo solo che quanto ho scritto fino ad ora mi induce a ritenere Israele un pericolo per gli equilibri economici e politici dell’intero bacino medio-orientale. Anzi, vi dirò di più: Israele è forse il peggior nemico dell’Occidente, del quale rappresenta l'esatta negazione. Un nemico che, in quanto tale, più che avvicinato, va isolato e combattuto senza tregua su tutti fronti, smarcandosi dalla solita retorica e dai soliti tentativi di riallacciare le denunce contro l'operato d'Israele all’Olocausto degli anni ’40, (come puntualmente avviene!), con il quale, invece, non hanno niente a che vedere. Dobbiamo farlo; dobbiamo per forza di cose sostenere il popolo palestinese perché riacquisti la sua sovranità, la sua indipendenza e il suo diritto all’autodeterminazione. Non tanto e non solo per mera solidarietà, ma perché ce lo impongono la nostra cultura, la nostra coscienza, la nostra civiltà, i nostri valori e le nostre idee. Boicottiamo Israele, dunque. Più che un motto. Praticamente un imperativo morale. Categorico ed occidentalissimo.
Roberto Marzola.
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