BENVENUTI, CHIUNQUE VOI SIATE

Se siete fautori del "politcally correct", se siete convinti che il mondo è davvero quello che vi hanno raccontato, se pensate di avere tutta la verità in tasca, se siete soliti riempirvi la bocca di concetti e categorie "democraticizzanti", sappiate che questo non è luogo adatto a Voi.

Se, invece, siete giunti alla conclusione che questo mondo infame vi prende in giro giorno dopo giorno, se avete finalmente capito che vi hanno riempito la testa di menzogne sin dalla più tenera età, se avete realizzato che il mondo, così come è, è destinato ad un lungo e triste declino, se siete convinti che è giunta l'ora di girare radicalmente pagina , allora siete nel posto giusto.
Troverete documenti,scritti, filmati, foto e quant'altro possa sostenervi in questa santa lotta contro tutti e tutto. Avrete anche la possibilità di scrivere i Vostri commenti, le Vostre impressioni, le Vostre Paure e le Vostre speranze.

Svegliamoci dal torpore perché possa venire una nuova alba, una nuova era!


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sabato 30 aprile 2011

CAMBIAMO IL CALENDARIO: VIA 25 APRILE E 1 MAGGIO!



Un Paese serio, specie se vuole essere considerato anche Nazione, dovrebbe riconoscersi subito, di primo acchito; a mio avviso, già guardando semplicemente il calendario.  Già, perché basta sfogliarlo per avere un’idea di come è strutturato uno Stato, dei valori in cui si riconosce, delle date che commemora e così via.
Così mi sono chiesto:  se un cittadino di Anadyr ,(estremo oriente russo), o di Mbuji-Mayi, (Repubblica Democratica del Congo), o di Sinop, (situata nel mezzo dell’America latina), così lontano da noi, guardasse al nostro calendario e si informasse sulle nostre ricorrenze, cosa penserebbe?

Sicuramente che siamo un Paese profondamente cattolico, dato che troverebbe evidenziate in rosso tutte le domeniche, nonché i giorni in cui cadono il Natale e la Pasqua.  
Poi magari capirà che, sebbene sembriamo dimenticarlo, noi italiani conserviamo qualche retaggio della storia romana, testimoniato dalla giornata del 15 agosto, la giornata di Ferragosto, vale a dire le “feriae Augusti”. Questa festività fu istituita dall’imperatore Ottaviano Augusto nel 18 a.C. , sia per ragioni politiche, sia per concedere ai sudditi un periodo di meritato riposo dopo le fatiche dei giorni precedenti, (in cui si era impegnati prevalentemente in attività agricole).

Fin qui nulla quaestio.
Temo, però, che le sue certezze finirebbero qui . In particolare, credo che gli risulterebbe assai arduo comprendere la ragion d’essere di due date: 25 aprile e 1 maggio, così ravvicinate, (con un danno anche per l’erario).  Del resto, faccio quasi fatica io a capirle, se non fosse che conosco a menadito le sottese ragioni brutalmente politiche; figuriamoci lui!

Del 25 aprile ho già ampiamente scritto; rimando pertanto agli articoli sottostanti. Vale la pena ripetere soltanto che è palese come in questa giornata si celebri una tremenda sconfitta, la schiavitù dell’ideologia, la sottoposizione alla giurisdizione straniera e l’eterna discordia tra gli italiani. Altro che “liberazione”!

Diverso, (ma non del tutto), il discorso per il 1 maggio. Nata come festa internazionale per la celebrazione delle conquiste dei lavoratori, in Italia è divenuta il piccolo feudo dei sindacati, CIGL e CISL in particolare, con qualche sporadica comparsa di UIL .I sindacati italiani: la quinta colonna dei poteri forti di questo Stato dimenticato da Dio, formalmente dalle parte del raggirato lavoratore, ma di fatto al soldo del “padrone”, salvo qualche lotta meramente politica, (vedi Fiom-Fiat). Un’altra sceneggiata, che offre il meglio di sé, (si fa per dire!), a piazza San Giovanni, dove viene annualmente organizzato il “Concerto del Primo Maggio”, con un tripudio di bandiere rosse e maglie di Che Guevara, che accolgono, (va detto), ospiti stranieri anche illustri. Quest’anno poi si è toccato il fondo con la polemica, tutta da ridere, innescata dai sindacati, contro quei sindaci che,  anche per andare incontro alla situazione di contingenza economica, vogliono dare la POSSIBILITA’,( non imporre l’obbligo, si noti bene!), di tenere aperti gli esercizi commerciali. Semplicemente ridicoli!

Di fronte a tutto ciò, credo che anche il nostro  forestiero amico si interrogherebbe, come del resto faccio io: possibile che un grande Paese come l’Italia non abbia nulla di meglio da ricordare?
Possibile che anche le ricorrenze nazionali debbano indietreggiare davanti alla ragion politica?
E’ tollerabile che esistano feste nazionali monopolizzate da “qualcuno” e che, di conseguenza, anziché unire, dividono?

La risposta, signori miei, è NO. Potete fare tutti i giri di parole che volete, ma la realtà resta sempre quella: in Italia si travestono giornate di qualcuno,(per non dire di partito), per spacciarle come giornate di tutti. Ebbene sì, l’autocelebrazione di una parte politica precisa è diventata un affare di Stato. Dio solo sa come si faccia ad avere un olfatto così resistente al puzzo dell’ipocrisia, della mendacità e della muffa ideologica. Io non riesco a capacitarmene!

Ecco, dunque, che dico: smettiamola con queste buffonate; cresciamo e diventiamo finalmente un Paese degno di tal nome. Facciamo del 25 aprile e del 1 maggio due giornate qualunque, perché tali sono se vengono depurate dei rimasugli ideologici che le animano.

Propongo anche una valida alternativa: sostituiamo il 25 aprile con il 4 novembre,  giorno dell’armistizio di Villa Giusti, in cui l’Italia ha vinto l’ultima delle sue epiche battaglie, che non è più festa nazionale a seguito della L. 54/1977 e che, quest’anno, non godrà di alcuna celebrazione, essendo stato soppiantato dalla ricorrenza del 150° anniversario dell’Unità d’Italia.
Riproponiamo poi  il 21 aprile che, dal 1924 al 1945, fu festa nazionale dalla doppia valenza. In quel giorno si rinverdivano i fasti dell’antica Roma, posto che il mito narra che il 21 aprile del 753 a.C.  Romolo fondò l’Urbe, inaugurando un’epoca di gloria eterna per l’Italia, divenuta  poi “caput mundi”;  allo stesso tempo, si era soliti tributare il giusto riconoscimento alle fatiche dei lavoratori. Insomma, “otium e negotium” come nella miglior tradizione romana.

Sono queste, a mio avviso, le sole festività che possono farci sentire davvero italiani, giacché riposano sulle nostre comuni radici e sulla nostra lontana Tradizione; solo esse rappresentano degnamente  la “bandiera” e la “speme”  che, secondo Mameli, deve “unirci”. “ L’ora di fonderci insieme”, invece, è già suonata da un bel pezzo; purtroppo non tutti l’abbiamo sentita. Alcuni, infatti, erano distratti dalle fanfare straniere del 25 aprile e dal chiasso del Concerto del Primo Maggio!

Roberto Marzola.

venerdì 1 aprile 2011

TRADIZIONE: "NATA PER UNIRE"

Mi scuseranno gli autori del celebre spot ideato per la commemorazione del CL anniversario dell’Unità d’Italia se mi sono appropriato del loro slogan e,soprattutto, se ne ho cambiato il soggetto. Stavolta non voglio riferirmi all'amatissima bandiera italiana, bensì alla dolcissima Tradizione.
Mi chiedo: ma la tradizione è di destra o di sinistra? Ha forse colore politico?
Mi pongo queste domande perché in molti storcono il naso per il nome che ho scelto per questo blog e, ovviamente, per il suo campo di indagine. Mi dicono che ci vedono un qualcosa di estremo, anzi di estremista. Estremismo di destra, ovviamente e, si sa, parlando di destra estrema, il “male assoluto” è sempre dietro l’angolo.
La cosa sinceramente mi fa un po’ sorridere: cosa c’è, infatti, di estremista o di sovversivo nel voler intraprendere un viaggio a ritroso nel tempo, per riscoprire il mio passato, la mia storia, le mie usanze, gli usi e costumi e, perché no, il folklore della mia terra?  A pensarci bene, poi, quell’aggettivo possessivo, “mia”, che ho ripetuto così tante volte, è anche un’imprecisione logica e linguistica. La meta di questo viaggio, infatti, riguarda tutti da vicino, se non altro per il semplice fatto che viviamo nella stessa terra, parliamo la stessa lingua e abbiamo ricevuto un’educazione tutto sommato simile, (anche se poi c’è chi si accontenta dei valori e delle storie convenzionali  e chi,invece,ha l’interesse di andare alla ricerca della genuinità, sempre e comunque, costi quel che costi).
Ebbene, noi italiani riusciamo a dividerci anche su questo: non riusciamo, cioè, neanche a guardare con serenità al nostro passato, ad approcciarvi in maniera condivisa.
E come potrebbe essere altrimenti, se ci sono persino politici che nelle loro ultime uscite palesano di avere tutto l’interesse a dimenticare in fretta ciò che fu e ciò che è stato?Per non parlare poi dei soliti ipocriti benpensanti, che si arrogano il diritto di catalogare il passato, bollando questo fatto come “buono” e quest’altro come “cattivo”. Naturalmente, non sono ammesse repliche al loro operato.
Di fronte a tutto questo mi domando: si può essere così idioti?
Davvero non ci rendiamo conto che stiamo scrivendo da soli la nostra condanna a morte?

E poi chiedo: su cosa si può costruire il futuro, se non riusciamo ad avere una base comune su cui poterlo adagiare, un terreno fertile con cui nutrirlo?
Questa base, questo terreno, signori miei, non può altro che essere quella Tradizione di cui sto scrivendo da giorni!
Tradizione vuol dire l’esempio degli augusti imperatori romani e dei loro discendenti, le antiche jestes dei cavalieri mediovali , la passione, le speranze e le sofferenze dei grandi poeti, gli insegnamenti dei filosofi di ogni tempo, le fatiche dell’onesto bracciante, i sacrifici del pater familias e la dolcezza della donna, autentica regina del focolare, le meravigliose piazze delle nostre città, le viuzze dei nostri paesi, gli scorci sui nostri possenti monti, l’ampiezza del nostro mare e tanto altro ancora.
Tutto questo deve unirci; tutto questo dobbiamo riscoprire e su tutto questo dobbiamo costruire le fondamenta per il nostro avvenire.
Che necessità c’è, allora, di affannarsi in risibili tentativi  di costruire un futuro su un’accozzaglia di norme giuridiche, imposteci da altri, che sono il simbolo vivente della divisione e dell’ostilità? E’ una pura distopia, assurda e sconveniente da tutti i punti di vista!
Abbiamo a disposizione un enorme patrimonio nazionale da riscoprire, valorizzare, custodire e tramandare. Lo abbiamo da sempre sotto i nostri occhi; anzi ce lo portiamo da sempre addosso, cucito come è alla nostra pelle.
Quando ci decideremo, allora, ad investire su di esso, cioè ad investire su noi stessi?
Spero solo prima che questa enorme ricchezza, tramandataci da padre in figlio,  ci sfugga di mano, perché poi non ci resterebbe altro che un amarissimo pianto : non una buona base su cui costruire, ma un tragico lago in cui annegare.

R.M.

mercoledì 30 marzo 2011

HANNO DETTO DELLA TRADIZIONE...

La forza, l'intelletto, la tenacia e la passione per conservare le nostre radici, per mantenere il ricordo di chi eravamo e per consegnarlo alle generazioni future!

"Cos'è la tradizione? È il progresso che è stato fatto ieri, come il progresso che noi dobbiamo fare oggi costituirà la tradizione di domani". (Papa Giovanni XIII).


"La tradizione è una bellezza da conservare, non un mazzo di catene per legarci".(Ezra Pound)


"La tradizione non [...] può venir acquistata in eredità; e se la volete possedere, dovete conquistarla con grande fatica"  T. Eliot


"Solo nella tradizione è il mio amore". (Pasolini).



mercoledì 23 marzo 2011

PATRIA E TRADIZIONE: BINOMIO INSCINDIBILE



Continuo a parlare di Tradizione. Stavolta voglio farlo riallacciandomi ai post che compaiono poco sotto, in cui si è parlato,partendo da prospettive diverse, di Patria.
I due concetti, infatti, presentano un importantissimo punto di contatto che li porta, se non a fondersi in una sola anima, quanto meno a viaggiare insieme. A tal proposito, basti pensare che il concetto primigenio di patria la fa coincidere con un
«territorio abitato da un popolo e al quale ciascuno dei suoi componenti sente di appartenere per nascita, lingua, cultura, storia e tradizioni» o, in senso più ampio, con un «complesso degli uomini che abitano tale territorio e che sono accomunati da tutto un insieme di istituzioni, tradizioni, sentimenti, ideali, e simile»[1].
Come si può ben vedere, insomma, è il significato stesso di patria a richiamare in maniera assolutamente diretta quello di Tradizione.  Spingendosi oltre col ragionamento, si può addirittura arguire come la tradizione costituisca una pre-condizione essenziale per l’esistenza della Patria, la quale, pertanto, nascerebbe dalla «storia vissuta attraverso i secoli, dal processo unitario, dagli usi e costumi, dalle eredità ed esperienze,dalle convinzioni, dai principi religiosi e civici che hanno sostanziato  e permeato la Tradizione lungo i secoli, che l’hanno incessantemente ripensata e rigenerata»[2].  La patria non è quindi un’entità astratta e, per così dire, “statica”; il suo legame con la Tradizione la rende, al contrario, un concetto in continuo divenire,  alimentato  nella sua continua evoluzione da tutto ciò che è passato.  Entrambi i concetti nascono prima della politica, delle istituzioni, delle costituzioni. Non me ne vogliano i sostenitori e gli infatuati della Costituzione italiana, cioè coloro che, specie in questi giorni, vogliono far credere che la Patria e la Nazione nascono da quei centotrentanove articoli di legge: non potrò mai condividere le vostre tesi e non provate ad usarle perché tanto non mi convincerete. Non riuscirete a conculcarmi l’idea che di questi fenomeni si possa parlare solo dal 1° gennaio 1948; accettarla vorrebbe dire dimenticare secoli di storia, uomini grandiosi, epiche battaglie, grandi conquiste e tremende disfatte o,quanto meno, relegarli nei libri di storia, anziché serbarli nel cuore e nella mente perché siano d’esempio.  Le vostre imposizioni ideologiche non riusciranno ad impedirmi di ammirare ciò che emerge dal mio passato, che poi è anche il vostro passato; giammai, potranno nascondere che l’identità di questo travagliato Paese «precede di secoli lo Stato unitario, affonda le radici nella romanità,(aggiungo: la Roma antica ed imperiale, italica, dominatrice e civilizzatrice, amata e venerata come nessun’altro mai nei secoli a venire), e nel medioevo, per poi assumere forma artistica e letteraria ed unità linguistica a partire dai grandi poeti e scrittori in lingua italiana»[3]. Mi vengono in mente le sofferenze patriottiche di Dante e di Petrarca, i propositi unitari di Machiavelli, gli entusiasmi e le delusioni di Alfieri,  Foscolo,  Leopardi e Manzoni, nonché le imprese di D’Annunzio.
Questi (ed altri) uomini, queste (ed altre) storie formano la mia e la vostra Tradizione; amarla significa amare la patria, la patria di tutti e non solo di qualcuno. E’ giunto il tempo di elevare la coscienza delle proprie origini ad amor patrio, perché il senso della patria non sia più un «patto di cittadinanza rispetto alle istituzioni, ma il legame sociale e civile fondato sulla comune origine naturale e culturale, rielaborata nel corso nel tempo[4]», ossia un atto di consapevolezza, di profondo rispetto e di amore per se stessi, per la propria terra, per il proprio passato e futuro. Alla faccia di chi  pensa che tutto questo significhi intolleranza e prevaricazione nei confronti dell’altro…



[2] Marcello Veneziani, “La cultura della Destra”, Editori GLF Laterza, pag. 26.
[3] Volpe, “L’Italia in cammino”, 1927.
[4] Marcello Veneziani, “La cultura della Destra”, Editori GLF Laterza, pag. 38.


lunedì 21 marzo 2011

CONCETTO ANTROPOLOGICO DI TRADIZIONE

Tradizione

Enciclopedie on line
tradizióne Trasmissione di valori, norme, credenze, stili, atteggiamenti e comportamenti, che avviene tra individui o gruppi che normalmente appartengono a generazioni successive. In antropologia culturale il concetto di t. viene usato frequentemente come sinonimo di cultura. In Italia si designa con la locuzione storia delle t. popolari lo studio del folklore e, in genere, della cultura delle classi popolari con particolare riferimento alle società contadine, alle loro pratiche rituali, alle feste, alle fiabe, ai giochi, ai canti, alle credenze e ai proverbi
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giovedì 17 marzo 2011

A DIMOSTRAZIONE DI QUANTO APPENA SCRITTO


Un ragazzo mi ricorda un vecchio episodio di "Don Camillo e Peppone". Lo ripropongo e mi limito a far notare come le note della vera storia d'Italia abbiano ricacciato in gola a Peppone tutto l'armamentario dell'oratore comunista, la negazione del concetto di Patria e l'asservimento del popolo, ridotto ad una massa informe. Da notare anche come le parole che Peppone pronuncia sull'onda dell'entusiasmo, vere, sentite e distanti da ogni ideologia di sorta, abbiano unito tutti...tranne i soliti compagni fanatici. Meditate, meditate!

                                                                          Buona visione!

CL ANNIVERSARIO UNITA' D'ITALIA

E' ormai alle porte questa festività nazionale, da poco istituita dopo le mille e più polemiche che l'hanno riguardata. Anzi, ad essere fiscali, l'orologio dice che è già iniziata.

Tra poche ore assisteremo tutti ad uno spettacolo parzialmente nuovo per l'Italia: tricolori appesi ai balconi, negli uffici pubblici, coccarde tricolori, notte tricolori e tutta una serie di altre manifestazioni che si terranno da Aosta a Canicattì. A tutte queste iniziative si unirà, giusto per dargli un tocco quasi "vintage", il teatrino della politica. Già, perché quello non cambia mai. Purtroppo.
Così vedremo il Pres. della Repubblica calcare la scena, speriamo non per rispolverare la solita retorica e la consueta melassa. Dopo di lui, toccherà alle altre istituzioni dello Stato e, quindi, sarà la volta dei singoli attori politici. Ci sarà chi cercherà di richiamare l'attenzione sui meriti di un Governo che ha istituito la festa e chi,invece, reclamerà i meriti dell'opposizione che su quella festività ha condotto la sua parte di battaglia. In altre parole, avremo tutti l'opportunità di vedere i soliti tentativi di convogliare persino il 150° anniversario dell'Unità d'Italia a destra o a sinistra. Del resto si sa: la situazione politica non è delle più stabili;ci sono in palio voti e voti e l'occasione è talmente bene in vista da non poter essere buttata al vento.

Finalmente in Italia si comincia a parlare di "patria" e di "patriottismo"; addirittura da qualche parte è comparso anche il termine "nazione", relegato,fino a qualche tempo fa, negli ambienti che si è soliti definire di "estrema destra".

Me ne compiaccio...fino ad un certo punto! 

In primis, è la festa di per sé che non mi convince molto. Vero è che il 17 marzo 1861  viene proclamato ufficialmente il Regno d'Italia; è pur sempre vero, però, che a quella data mancavano il Veneto,(annesso con la III Guerra di Indipendenza nel 1866), Roma, (che entrerà a far parte del Regno d'Italia nel 1870), il Trentino-Alto Adige, Gorizia e il Friuli orientale, Trieste in particolare, (acclusi, rispettivamente, solo con la Prima Guerra Mondiale  e con il referendum 1954 e il Trattato di Osimo del 1975). Tengo volutamente fuori la questione fiumana e istro-dalmata, perché meriterebbe una trattazione a parte. Quindi, in buona sostanza, è una festa che nasce già con una vocazione tutt'altro che unitaria e che celebra un singolo evento,pur fondamentale, della storia d'Italia.

Al di là di questo, mi pare strano che un Paese inizi a parlare di Patria  dopo ben 150 anni dalla sua nascita. Eppure, già nel Risorgimento il problema della creazione del Popolo e della Nazione d'Italia era già stato posto all'ordine del giorno. Come non ricordare la famosa frase pronunciata (forse) da D'Azeglio, il quale ebbe a dire: "Purtroppo s'è fatta l'Italia ma non gli Italiani". Cosa si è fatto da allora per raggiungere quest'altra meta? Forse tanto, forse poco, molto poco. Non sta a me dirlo, ma agli storici. Io posso solo azzardarmi nel dire che vari fattori hanno ostacolato il raggiungimento di questo traguardo: l'indole degli italiani,(da sempre litigiosi e divisi), le dinamiche sovranazionali, la Seconda Guerra Mondiale, la Guerra Fredda, gli Anni di Piombo, la Caduta del Muro di Berlino. Questi eventi, in un modo o nell'altro, non hanno fatto altro che dividere l'Italia e gli Italiani. Solo per un certo periodo, (durato formalmente vent'anni), l'Italia ha provato ad essere un sol corpo.Mi piacerebbe dilungarmi in questa analisi, ma poi rischio di dar fiato alle solite male lingue...

Dicevo che soprattutto gli anni dal '68 in poi sono stati, a mio avviso e non solo, una vera palla al piede per la nascita della Patria e della Nazione. Anni in cui si è guardato sempre e solo o all'estremo occidente o all'estremo oriente. Credo che nessun altro Paese al mondo sia stato così spaccato dalla disputa tra U.S.A. e U.R.S.S. . Forse il motivo risiede nel fatto che, in teoria,  è altamente improbabile vedere un partito apertamente comunista e filo-sovietico raggiungere il 34% alle competizioni elettorali in un Paese occidentale; invece, questo in Italia è accaduto a metà del anni '70. Se al dato elettorale si aggiunge il protagonismo nella scena culturale, (frutto di un generosissimo regalo della D.C., molto interessata a dare il contentino ai compagni), la penetrazione capillare nei sindacati, nelle fabbriche e nelle scuole, gli strani matrimoni con l'alta finanza e con l'editoria, le più recenti municipalizzate e le cooperative, allora si capisce come fosse impossibile addivenire ad un risultato diverso. Quei signori il Tricolore erano solito bruciarlo; erano soliti abbracciare la bandiera rossa più che quella di casa nostra: non ce lo dimentichiamo per favore!
Ad onor del vero, bisogna anche dire che chi questa situazione avrebbe dovuto contrastarla, giacché aveva i numeri per farlo, non è che lo abbia fatto nel migliore dei modi. Mi riferisco naturalmente alla Democrazia Cristiana, (anch'essa divisa da correnti interne che la volevano un po' più a destra e un po' più a sinistra),la quale per fronteggiare i sovietici si è letteralmente buttata sotto la bandiera a stelle e strisce, lasciando l'Italia ancora una volta sola ed esposta a quelle correnti ideologiche, che la sferzavano da nord a sud e da est ad ovest. Restavano solo quelli del M.S.I. a difendere lealmente la bandiera italiana, ma non hanno mai avuto i numeri per farlo sul serio, soli contro tutti come erano.

Queste ed altre osservazioni,(su cui magari tornerò), mi inducono a muovermi con cautela e a non abbandonarmi a questa nascente forma di patriottismo romantico. Il sogno di nuova e grande Italia, consapevole dei propri mezzi, fiera del proprio passato e fiduciosa per l'avvenire, preferisco coltivarlo nel profondo dell'anima, luogo ben più sicuro della pubblica piazza. 
Non vorrei,infatti, che tutto questo desiderio di Patria fosse legato semplicemente alla festività e alla necessità di dimostrare che in questa ricorrenza qualcosa si è pur fatto. Non vorrei , inoltre, che passato il giorno di festa, quel Tricolore, tanto sbandierato, finisse dimenticato in qualche baule, a prendere la polvere in soffitta, magari in attesa dell'anno prossimo. Proprio come avviene per il Presepe e per l'albero di Natale: oggetti di consumo da tirar fuori una volta l'anno. 
Purtroppo, parafrasando Montanelli, questo Paese ha un grande problema: quando dice forza Roma e forza Italia lo fa solo per motivi sportivi. Speriamo solo che,finalmente, ce se ne avveda  e si cerchi di porvi rimedio.

W L'ITALIA!

R.M.


mercoledì 16 marzo 2011

Inizia il vero e proprio viaggio nella Tradizione...

Inizia oggi il viaggio nella Tradizione. Lascio per un attimo le paludi del pensiero,in cui vorrebbero trascinarmi gli ipocriti benpensanti di questa martoriata terra, per rifugiarmi nel suo folklore, nella sua splendida natura.
Mi è tornato in mente un passo del libro di Padre Pietro Lavini, "Lassù sui monti". Un vero e proprio "libellus aureus", contenente una raccolta delle esperienze personali del celebre frate dell'Infernaccio e di tutti i miti e leggende legate ai Monti Sibillini. Storie e superstizioni di gente semplice, ma ricche di fascino e significato. Leggendole sembra di andare alla ricerca del "buon selvaggio" descritto dalla cultura romantica, da Rousseau ne "L'Emilio" in particolare, ma anche da Defoe nel celebre "Robinson Crusoe" e da Melville nell'altrettanto famoso "Moby Dick".

Nel piccolissimo stralcio che segue, Padre Pietro racconta una passeggiata in compagnia di un vecchio amico. La loro meta sono le sorgenti dell' Ambro. Partono di buon'ora, mentre tutto tace, per andare alla ricerca di uno degli ultimi luoghi incontaminati della nostra terra. In fondo non è altro che andare alla ricerca della vera indole umana, quale essa promana dalla Natura, (che è sì "matrigna", ma pur sempre madre),lontana dalle convenzioni sociali, dai compromessi, dal tramestio e dalla decadenza del mondo moderno.  Buona lettura.

"[...] Raggiungere la sorgente dell'Ambro, credo che sia una delle escursioni più suggestive e prestigiose, anche se abbastanza impegnativa.
Più volte, durante la mia permanenza al Santuario dell'Ambro ho avuto la possibilità di raggiungerla insieme ad un mio carissimo amico. La partenza avveniva nelle primissime ore del mattino in modo da poter raggiungere la sorgente sul far del giorno. Mentre gli uomini e le cose erano avvolte nel silenzio della notte, soli soletti prendevamo la via della montagna. Solo la tenue luce della luna rischiarava dolcemente la notte illuminando i nostri passi incerti,mentre il mormorio del fiume,scorrendo tra sassi e piccole cascate, creava come una meravigliosa sinfonia interrotta, di tanto in tanto, dal lamento di qualche uccello notturno.
<<Qui-mi diceva il mio amico, giunti ad una località dove la valle appariva meno aspra e le acque avevano interrotto la loro corsa nascondendosi nel sottosuolo-ho trascorso i giorni più belli della mia vita. Sette caprette mi tenevano compagnia e mi davano la possibilità di sopravvivere>>. Le parole dell'amico scendevano nel mio animo come una doccia di acqua fredda: mi ponevano dinanzi ad uno dei problemi più scottanti e più assillanti della vita. Se l'avesse rivolte a qualche altra persona, credo che avrebbe incominciato a dubitare delle sue perfette condizioni di mente. <<E' possibile-mi chiedevo- che quattro assi, corrose ormai dalle intemperie e scaraventate dal vento poco lontano,una piccola baracca eretta con pietre messe una sopra l'altra senza calce,sette caprette da cui traeva il necessario per sopravvivere, potevano rendere felice una persona?>>
[...]
Quando l'alba incominciava a diffondere le prime luci, avevamo oltrepassato "Le Rocciaie", attraverso sentieri forse più adatti a capre che non a uomini.Anche la fame dopo ore di cammino cominciava a farsi sentire. <Per affrontare la montagna ci vogliono cose sostanziose>, mi disse l'amico offrendomi un pezzetto del suo formaggio.
Uno dei ricordi che più difficilmente riuscirà a cancellarsi dalla mia mente e che rivivo sempre con tanta nostalgia, sono senza dubbio quei ricordi di quei pochi momenti vissuti presso la sorgente dell'Ambro. Ci si trova dinanzi ad un ambiente ancora incontaminato, non ancora sconvolto dalla "civiltà" della ruspa e del cemento. qui tutto è un invito al silenzio, al raccoglimento, alla riflessione; qui tutto è pace ed è come un inno alla serenità ed alla gioia, un monito al nostro vivere frenetico.
Solo le acque che sgorgavano da una grotta immersa nel verde, col loro eterno mormorio, incrinavano quel silenzio. Scivolando poi per una parete, creavano come una melodia che si ascolta in sottofondo. Trovare un angolo di paradiso come questo penso che oggi non sia troppo facile,perché anche la montagna, purtroppo, è stata raggiunta dalla contaminazione dell'era consumistica.
Oggi i nostri occhi non sono più abituati ad ammirare certe meraviglie della natura e ringraziare Colui che con tanta bontà e generosità ci ha elargito questi doni, e ripetere come il Poverello di Assisi "Laudato sii mio Signore per sora acqua". Egli aveva ben compreso la grande funzione di questo elemento, indispensabile alla vita e allo sviluppo dell'uomo. [...]
"

lunedì 14 marzo 2011

La necessità e l'importanza di un ritorno alla tradizione

Visto e considerato come vanno le cose nella società del 2011, credo che oggi trasgredire voglia dire essere tradizionalisti. I comportamenti eccentrici,il look singolare, l'abuso di alcol,l'uso di sostanze di stupefacenti e gli eccessi in generale che fine hanno fatto? Da sempre sono stati il simbolo e l'espressione della ribellione alle convenzioni etico-sociali. Basta pensare alla figura del "poète maudit" o, in epoche più recenti, agli anni della contestazione '68ina e a quanto è avvenuto dagli anni 70 in poi, epoche in cui alcuni dei personaggi più influenti della scena artistica e culturale hanno avuto problemi di dipendenze varie:Kerouac, Hemingway, Stephen King,Bukowski per quanto riguarda la letteratura; Pollock e Basquiat per la pittura; Jim Morrison e Jimy Hendrix per la musica, (mi fermo qui perché il fenomeno dell'abuso di sostanze psicotrope nella musica meriterebbe una trattazione a parte).
Oggi, invece, questi comportamenti sono diventati la norma: non tanto e non solo nella elite degli intellettuali o sedicenti tali, ma dilagano tra la gente comune, indipendentemente da questioni anagrafiche.  Come è possibile? Semplice, molto semplice. In un mondo che,proprio a partire dal 68,ha scelto di tagliare i ponti con tutto ciò che era passato e tradizione, si è fatta strada la mentalità consumistica e capitalistica. Tutto ciò che conta sono la produzione ed i profitti che porta con sé. Valori, emozioni, insegnamenti, esempi di vita, esperienze comuni e millenari saperi,(tramandati di padre in figlio), non sono merce di scambio,non portano profitto economico e dunque vengono lasciati nel dimenticatoio. Abbiamo scelto tutti,chi più, chi meno, di barattare, più o meno consapevolmente, millenni di storia e di tradizione con quattro idee progressiste che non hanno fatto altro che tapparci gli occhi e mettere a tacere qualsiasi capacità critica, qualsiasi scrupolo di coscienza. Ci hanno impedito di sognare cose più grandi e più alte del misero bene di consumo. Ci hanno detto che siamo tutti uguali e che abbiamo gli stessi diritti; che la Patria, (cioè la terra dei Padri), non è altro che una pia illusione,dato che i suoi confini geografici,storici,politici e culturali sono stati cancellati;ci hanno detto che appartenere ad uno Stato e ad una Nazione significa apporre, di tanto in tanto, una crocetta con matita copiativa su una tessera elettorale; sono riusciti addirittura a farci credere che quei trenta denari presenti sul nostro conto corrente sono un qualcosa di simile ad una grazia ricevuta, più che lo scarno risultato del nostro sudore della fronte. Insomma, ci hanno riempito la pancia,cucito gli occhi e le orecchie e legati mani e piedi per svuotarci meglio l'anima.
L'unica conseguenza possibile di questo inferno è che l'uomo si ritrova solo ed indifeso di fronte al mondo, esposto a tutte le intemperie, senza un riparo e senza un punto fermo su cui fare affidamento. Privo di ogni appiglio, il mondo sembra sprofondare nel baratro, abilmente spinto da "poteri occulti", (chiamiamoli così, per ora). Il completo disastro credo sia sotto gli occhi di tutti e noi,(nessuno escluso), somigliamo parecchio a colui che mise sé stesso <<per l'alto mare aperto, sol con un legno e con quella compagna picciola da la qual non fu(i) diserto>>,ma con la non trascurabile differenza che, diversamente da lui, siamo senza meta, in balia delle onde e quindi senza speranza di salvezza.

Tuttavia, non è ancora detta l'ultima parola. Dobbiamo ribellarci, ma in maniera completamente diversa da quanto sino ad ora è stato fatto. Lasciate perdere i comportamenti stravaganti, le droghe e tutte le altre fesserie di cui si diceva sopra. C'è ancora una speranza, ossia riscoprire l'identità culturale;riscoprire e ri-valorizzare la nostra Cultura, le nostre Radici, la nostra TRADIZIONE. Si ridesti il mito di Roma; si consegni nuovamente la parola all'ingegno dei Padri del pensiero italico; risorga l'aquila imperiale e torni a solcare i nostri cieli; cingano i vessilli dell'impero il nostro Tricolore e cancellino per sempre questa <<maledetta semenza>>,questa stolta e arrogante massa di <<pecore matte>>, dimentiche del Padre e della Patria, indegne di ciò che fu, che è e che sarà.
Dobbiamo cominciare a costruire il mito "dell'Uomo dritto tra le rovine", forte, tenace, consapevole dei propri mezzi, orgoglioso del proprio passato e fiducioso per il futuro,  figlio della Patria e amante della Nazione. Un vero e proprio "HOMO NOVUS". Dobbiamo, in altre parole, sposare l'idea di una cultura comune, di un'esperienza condivisa, di un comune orizzonte di senso, che tutti lega ma che ci divide e distingue da tutti gli altri; ovvero scegliere una strada diversa  da quella del  becero e piatto egualitarismo, che in pochi vogliono imporre a tanti, per renderci schiavi e facilmente manipolabili.
Solo così avremo la speranza di risollevarci mentre tutto rovina!
 “Enos, Lases, iuvate, enos Lases iuvate /neve lue rue Marmar sins incurrere in pleoris/ satur fu, fere Mars, limen sali, sta berber/ triumpe triumpe triumpe triumpe triumpe”.
(“Lari aiutateci/non permettere,Marte, che disgrazia cada su molti/sii sazio, crudele Marte,balza oltre la soglia/trionfo,trionfo,trionfo,trionfo,trionfo”).