BENVENUTI, CHIUNQUE VOI SIATE

Se siete fautori del "politcally correct", se siete convinti che il mondo è davvero quello che vi hanno raccontato, se pensate di avere tutta la verità in tasca, se siete soliti riempirvi la bocca di concetti e categorie "democraticizzanti", sappiate che questo non è luogo adatto a Voi.

Se, invece, siete giunti alla conclusione che questo mondo infame vi prende in giro giorno dopo giorno, se avete finalmente capito che vi hanno riempito la testa di menzogne sin dalla più tenera età, se avete realizzato che il mondo, così come è, è destinato ad un lungo e triste declino, se siete convinti che è giunta l'ora di girare radicalmente pagina , allora siete nel posto giusto.
Troverete documenti,scritti, filmati, foto e quant'altro possa sostenervi in questa santa lotta contro tutti e tutto. Avrete anche la possibilità di scrivere i Vostri commenti, le Vostre impressioni, le Vostre Paure e le Vostre speranze.

Svegliamoci dal torpore perché possa venire una nuova alba, una nuova era!


lunedì 30 gennaio 2012

SCALFARO PRESTO SANTO PERCHE' MORTO. "IO NON CI STO!"

Se ne è andato da poco Oscar Luigi Scalfaro, decano della politica italiana, nonché IX Presidente della Repubblica, sebbene "per disgrazia ricevuta", come ebbe a dire Montanelli. Non ha neanche fatto in tempo a lasciare questo mondo, che già è iniziato il suo processo di beatificazione, come spesso avviene in casi analoghi. Stavolta, forse più che nelle altre circostanze, "io non ci sto!", giusto per fare il verso quella framosa frase che pronunciò in occasione dello scandalo Sisde. In quest'occasione, l'ex direttore dei Servizi Riccardo Malpica lo aveva accusato di aver intascato 100 milioni di lire ogni mese dal Sisde. Indignato, lo stesso Scalfaro chiese una trasmissione a reti unificate per pronunciare quel famoso "io non ci sto!" a quello che egli stesso definì un "gioco al massacro" che, a suo dire, fu orchestrato contro di lui da un manipolo di politici della prima repubblica per aver sostenuto la causa di Mani Pulite. Accusa che per chissà quale motivo non è mai stata dimostrata.

Per il suo settennato qualcuno, (giustamente), lo ha definito come "il peggior Presidente della Repubblica di sempre". E come si può dissentire da tale affermazione? Basti pensare che nel 1994, dopo lo strappo Lega-Berlusconi, invece di sciogliere le Camere e restituire la parola agli elettori, ordinò un rimpastone, affindando l'incarico di governo a Lamberto Dini. Un giochino politico che ha ripetuto nel 1998, dopo la caduta del governo Prodi, che sarà rimpiazzato da D'Alema su designazione dello stesso Scalfaro. Ironia della sorte, appena terminato il suo incarico come Capo dello Stato e quindi divenuto senatore a vita, votò apertamente la fiducia al governo D'Alema II, vale a dire ad un Presidente del consiglio da lui stesso nominato per il primo mandato. Insomma, un'ingerenza diretta e manifesta nell'indirizzo politico del Paese; una svergognata virata a sinistra, per niente affatto mascherata da quel suo continuo rimarcare il proprio ruolo super partes, puntualmente contraddetto dai fatti. Prova ne sia il fatto che, dopo il periodo trascorso al Quirinale, divenne una sorta di padre putativo e di protettore dei D.S. prima e del Partito Democratico poi.

Il suo attaccamento verso la "Repubblica Italiana nata dalla Resistenza" si vede soprattutto dal triplo stipendio che percepiva proprio dallo Stato italiano: 15 mila euro al mese per qualche apparizione a palazzo Madama, cui debbono sommarsi gli introiti come ex parlamentare e i quasi 5.000 euro mensili per essere stato magistrato dal 1943 al 1946.

Vale la pena di spendere due parole su quel periodo. Su richiesta degli Alleati, il giovane Scalfaro entrò a far parte dei Tribunali speciali, dove svolse il ruolo di consulente giuridico. In pratica, questi erano niente altro che delle assisi farlocche, buone per dare un'apparente veste legale alle ritorsioni partigiane. Lo stesso Scalfaro, non a caso, le definì "un tribunale militare di partigiani". Successivamente, lavorò nel gruppo dei pubblici ministeri della Corte straordinaria di Assise di Novara, che nel giro di tre giorni condannò a morte sei fascisti, presunti collaborazionisti. Si trattava di Enrico Vezzalini, (ex prefetto di Novara), e dei militi Arturo Missiato, Domenico Ricci, Salvatore Santoro, Giovanni Zeno e Raffaele Infante, mandati a morte il 23 novembre 1945 dopo una raffica di mitra che nemmeno li uccise, lasciandoli agonizzanti a terra mentre un gruppo di donne si accaniva sui feriti. Bisogna sottolineare che di Domenico Ricci egli era amico intimo. La figlia di Ricci, addirittura, lo considerava alla stregua di un padre. Eppure, non si oppose alla sua condanna a morte, sebbene non fosse affatto convinto della colpevolezza degli imputati per i quali chiedeva l'applicazione di pena. Un'incertezza risvegliata in Scalfaro proprio dalla figlia di Ricci, la quale nel 1996, vedendo su un giornale la foto del Presidente della Repubblica sul luogo dell'esecuzione di suo padre, scrisse per sapere se il genitore fosse colpevole o innocente. La risposta che diede Scalfaro fu sconcertante: " stia tranquilla perché suo padre dal Paradiso pregherà per lei"(fonte). Una risposta di comodo, per nascondere che della morte di quegli uomini, in realtà, non ne sapeva proprio nulla. Difatti nella sentenza, reperita presso un archivio di Torino, si leggerebbe: "il brigadiere Ricci, insieme al Missiato, costituì l' anima della Squadraccia, della quale, poi, pare abbia assunto il comando ufficiale allo scioglimento di essa"(fonte). Un "pare" che costò la vita a quegli uomini, barbarmente uccisi, pur nel dubbio della loro innocenza. Per un approfondimento di quei giorni vi consiglio questa lettura:

Ad ogni modo, questo è stato Oscar Luigi Scalfaro: un uomo con le mani sporche di sangue, reticente, dissimulatore, calcolatore, sfrontato ed opportunista. Soprattutto, un grande incoerente, giacché diceva di non credere nella pena di morte, eppure chiedeva condanne sommarie; uno che si proclamava super-partes ma che pendeva da una parte soltanto. Pecche umane che cercava di nascondere con una odiosa retorica, tipica del democristiano di ferro. Perdonatemi, ma di un uomo del genere è già difficile rispettare la memoria da morto; per favore, risparmiatemi di doverlo considerare uno dei padri nobili della Patria. Quelli sono ben altri!

Roberto Marzola.

domenica 29 gennaio 2012

IL RAZZISMO DEL COLLETTIVO ANTIFASCISTA.

Serata di ordinaria follia quella di ieri sera a Fermo, (nelle Marche). Presso l'ex mercato coperto si sta svolgendo il "Beat Hippy Autonomi Punk", festival organizzato dal locale Collettivo Antifascista, con il plauso del Comune, ovviamente di centro-sinistra. Circostanza tutt'altro che insolita se si pensa che il vice-sindaco di Fermo è un ex sharp, (per chi non lo sapesse: uno skinhead antirazzista), che ha fatto della lotta ad Aries Officina Nazional Popolare uno dei punti forti della sua campagna elettorale.

E' l'una passata, quando con gli altri ragazzi di Aries decidiamo di entrare per bere una birra e per proporre agli organizzatori un'iniziativa in comune, contro il clima di scontro tra gli estremi opposti che "qualcuno" sta cercando di ricreare. A scanso di equivoci: da parte nostra non c'è stato alcun fare provocatorio, nessuna ostentazione di simboli, né niente di simile. Volevamo entrare come semplici individui. Invece, neanche il tempo di fare due passi all'interno, che veniamo fermati. Uno di noi si sente dire: "vai fuori, sei un provocatore di merda!". Spieghiamo subito le nostre pacifiche intenzioni, ma nessuno vuole sentir ragioni. Veniamo accerchiati da una decina scarsa di soggetti che ci prendono a spintoni, dicendocene di cotte e di crude: "fascisti di merda", (e questa era scontata!); "venite sempre a rompere i coglioni", (mai andati ad una loro iniziativa, se non quando si parlava di Palestina; anzi, una volta sono stati loro a fare irruzione ad una manifestazione in memoria delle vittime delle Foibe con la bandiera jugoslava, presente anche ieri sera all'interno del locale); "i vostri soldi non li vogliamo"; "con voi non vogliamo avere niente a che fare"; "vi buttiamo giù una fila di denti" ecc. Per fortuna, nessuno di noi ha replicato a quegli insulti, né ceduto alle loro sterili provocazioni. Abbiamo solo detto che questi signori avevano dato una dimostrazione di intolleranza e di evidente razzismo; qualcuno di noi ha sottolineato anche come in quegli ambienti vi fossero persone che si atteggiano a proletari, ma vanno in giro con la Maserati grazie all'impresa di papà. E questo, come perpetuazione dell'ormai solito atteggiamento di chi, pur vantando un conto in banca di tutto rispetto, si colloca subdolamente alla base della piramide sociale, cercando di instillare un atteggiamento classista; di chi, in altre parole, continua a prendere in giro gli operai e i lavoratori dipendenti in genere, rivolgendo attenzioni verso di questi solo e sempre in campagna elettorale, mai durante il mandato politico, con un qualche provvedimento concreto.  Una sottolineatura molto sgradita che ha riportato un silenzio tombale.

Insomma, direi che la situazione parla molto chiaro: questi sono i figli e i nipoti della "resistenza"; questi quelli che parlano di libertà di pensiero e di espressione; questi quelli che vorrebbero diritti per tutti; questi quelli che ciarlano di confronto e dialogo. Per tutti,  tranne che per qualcuno. Ancora: questi sono quelli che vorrebbero essere l'alternativa al sistema, ma che poi hanno oscuri legami con le istituzioni che proprio di quel sistema sono le dirette emanazioni. La cosa preoccupante è che, come recita un vecchio proverbio, "tutto il mondo è Paese". Quindi, se così vanno le cose a Fermo, figuriamoci nel resto d'Italia come possono andare, in particolare nel regno delle municipalizzate e delle cooperative rosse: una vera e propria combutta tra classe dirigente, finti proletari e capitale, giocata sulla pelle dei veri proletari. Di quelli, in fondo, che gliene frega a loro? E, soprattutto, di quelli cosa gliene è mai fregato a certi signori?

Un'ultima cosa mi piacerebbe sapere, a me come a tutti gli altri ragazzi dell'associazione: davanti ad un simile episodio di conclamato ed evidente razzismo; dinnanzi ad un caso così palese di odio e di esasperato antagonismo politico, l'amministrazione comunale intende prendere posizione? Se sì, da che parte si schiera, da quella di chi aggredisce, coi modi e con le parole, o da quella di chi voleva intervenire ad un evento rivolto al pubblico, magari lanciando qualche idea? Che poi è un po' come dire: prenderà le parti dei fascisti nelle idee e negli obiettivi o di coloro che, nei modi, si sono dimostrati ancor più efferati ed intolleranti dei peggiori squadristi? Attendiamo tutti una risposta.

Roberto Marzola.

giovedì 26 gennaio 2012

GIORNATA DELLA MEMORIA ANCHE PER IL POPOLO PALESTINESE!

Domani si celebrerà come di consueto la
"Giornata della Memoria", dedicata alle vittime dell'Olocausto. La maggior parte dell'opinione pubblica e dei media sposterà indietro le lancette dell'orologio, per riportarsi alla metà degli anni '40, vale a dire quando si scoprirono, (o si finse di scoprire...), i 6 milioni di morti della Shoah. Sarà l'occasione per ricordare che "Israele è un popolo che ha tanto sofferto" e che è "un popolo amico"; verranno proiettati in tutta Europa documentari, foto e film sul tema; si ripeteranno i soliti sermoni sugli "orrori e sulle tragedie del passato". Quest'anno, però, ci potrebbe essere un elemento di novità. Dopo la dichiarazione di guerra firmata da Riccardo Pacifici, che si è detto non più disposto a tollerare attacchi alla comunità ebraica, (ci piacerebbe sapere quali!), sembra partita la caccia al revisionista o, se preferite, al negazionista. In molti, infatti, puntano il dito contro quel manipolo di studiosi che si dice per niente affatto convinto di certe pagine della storia dell'Olocausto e che vuole approfondirle. Praticamente, un nuovo veto alla scienza, proprio come ai tempi della peggior Inquisizione; se vogliamo, anche un nuovo dogma, che nessuno si deve sognare di discutere, criticare, studiare e approfondire, a meno che non si voglia incorrere in sanzioni penali create ad hoc (da tempo, anche in Italia, si parla dell'opportunità di introdurre uno specifico "reato di negazionismo"). Mi domando solo quando è che saranno ripristinate le censure, le abiure pubbliche e i roghi per gli eretici e le streghe...

Non mi inerpico ulteriormente su questo sentiero, per il semplice fatto che non ne ho le competenze specifiche. Da persona qualunque, tuttavia, mi sento di dire una cosa: in una giornata come quella del 27 gennaio, in cui tutto il mondo rivolge la propria attenzione al passato, (vero o presunto), dello Stato e della gente di Israele, io dico che forse sarebbe il caso di volgerla anche al loro presente. Mi riferisco, ovviamente, allo sterminio del popolo palestinese attuato proprio dagli israeliani. Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, infatti, Israele sta conducendo una tremenda battaglia che, di fatto, ha cancellato la Palestina dalle carte geografiche e decimato la popolazione palestinese.
Peace Reporter rende noto che "le guerre tra Israele e i paesi arabi confinanti, del 1948 al 1973, hanno causato la morte di circa 100mila persone. La prima Intifada, dal 1987 al 1992, ha causato la morte di 2 mila persone, in massima parte palestinesi. Dall'inizio della seconda Intifada (settembre 2000) al 20 giugno 2007, hanno perso la vita 4626 palestinesi e 1050 israeliani. Almeno 214 palestinesi sono morti negli scontri tra le milizie di Hamas e Fatah. Il bilancio provvisorio della guerra nella Striscia di Gaza del dicembre 2008/gennaio 2009 è di quasi 800 palestinesi morti, quasi metà dei quali civli, e 11 vittime israeliane ". Io, più modestamente, aggiungo che tutto questo è avvenuto nella più totale indifferenza da parte degli organismi internazionali che, anzi, hanno più volte preso le difese di Israele, foraggiato, monetariamente e militarmente, dagli U.S.A. e dal codazzo dei loro servitori.
Direi che si  tratta di una situazione, di fatti e di numeri che non abbisognano di particolari commenti. Crimini di una tale efferatezza, (e per giunta impuniti!), dovrebbero commentarsi da soli. Ritengo opportuno solo ricordare le parole di José Saramago, che sembra aver capito ben prima di me il legame tra Shoah ed Olocausto palestinese. Il premio Nobel, non molti anni fa, disse: "gli ebrei non meritano più comprensione per le sofferenze patite durante l'Olocausto. Vivere nell'ombra dell'Olocausto ed aspettarsi di essere perdonati di ogni cosa che fanno, a motivo della loro sofferenza passata, mi sembra un eccesso di pretese. Evidentemente non hanno imparato molto dalla sofferenza dei loro genitori e dei loro nonni".
Un'affermazione molto forte, (che infatti gli è costata più di un'accusa di antisemitismo), che tuttavia mi sento di condividere in pieno. Siano gli israeliani i primi ad imparare la lezione che viene dalla Shoah. Depongano le armi una volta per tutte e denuncino loro stessi i crimini di guerra davanti ai Tribunali internazionali. Restituiscano le terre indebitamente occupate al popolo palestinese, loro legittimo proprietario. La piantino con il loro vittimismo. Accettino la pacifica convivenza oppure se ne vadano da quelle zone, cercando altrove la "terra promesa". Infine, accettino anche la sfida lanciata dal revisionismo perché, francamente, credo che nessuno sia più disposto a credere all'esistenza di "un popolo eletto" e a tollerare i loro capricci. A parte loro, ovviamente.

Roberto Marzola.

martedì 24 gennaio 2012

"ITALIANI TUTTI COME SCHETTINO". PAROLA DI TEDESCO.

Poco fa sfogliavo le pagine, ( o, meglio, navigavo nei siti), delle principali testate giornalistiche italiane. Sia "La Repubblica" che "Libero" hanno riportato la traduzione di un articolo apparso sul settimanale tedesco "Spiegel Online" (qui). Un giornalista, tale Jan Fleischhauer, in pratica ha detto: da un italiano al comando della nave c'era da aspettarsi qualcosa di diverso? Questo è un po'il succo del discorso. Ma vale la pena di perdere un paio di minuti per leggere alcune affermazioni del giornalista teutonico:

"Mano sul cuore, ma vi sorprendete che il capitano fosse un italiano? Vi potete immaginare che manovre del genere e poi l'abbandono della nave vengano decise da un capitano tedesco o britannico?".
Dopo questa infelice battuta, il columnist prosegue: "conosciamo tipi del genere dalle vacanze al mare, maschi bravi con grandi gesti, capaci di parlare con le dita e con le mani, in principio gente incapace di fare del male, ma bisognerebbe tenerli lontani da macchinari pesanti e sensibili, come si vede. 'Bella figura', è lo sport popolare di massa italiano, cioè impressionare gli altri, anche Schettino voleva fare bella figura, purtroppo ha trovato uno scoglio sulla sua strada".
Non pago di aver snoccialato i consueti luoghi comuni sul nostro Paese, trova anche il modo di buttarla in politica: "Quel che può succedere quando per motivi politici si ignora la psicologia dei popoli, ce lo mostra la crisi della valuta".

Riassumendo, insomma, il giornalista tedesco afferma: non deve sorprendere la crisi dell'Euro, dato che la colpa è tutta dei soliti italiani e della loro spacconeria. Ora, vero è che noi italiani non abbiamo fatto molto per farci apprezzare come popolo, (ogni riferimento al turpe tradimento dell'8 settembre '43 è puramente ...voluto! ), così come è pacifico che l'orgoglio e la coscienza comuni stentano ancora ad emergere tra l'indolenza di massa; ma tutto questo non autorizza minimamente un ciarlatano d'oltre confine ad esprimersi sugli affari di Casa Nostra. Il signore in questione guardi tra le mura domestiche, se proprio vuole cercare le responsabilità della crisi. E le cerchi nella spocchia, nella supponenza della sua cancelliera.
La miglior risposta a queste ingiurie, a mio avviso, resta quella che diede, in illo tempore, "qualcuno" di cui oggi l'Italia avrebbe un estremo bisogno. Ed è questa: "Noi possiamo guardare con un sovrano disprezzo talune dottrine d'oltralpe di gente che ignorava la scrittura, con la quale tramandare i documenti della propria vita, in un tempo in cui Roma aveva Cesare, Virglio ed Augusto". La lezione, forse, vale oggi più di ieri.
Capito Fleischhauer?

Roberto Marzola.

lunedì 23 gennaio 2012

L'ITALIA E' UNA POLVERIERA. E MONTI CHE FA? NIENTE

 Il Governo Monti è riuscito in un'impresa straordinaria: ha scontentato tutti. Mai prima d'ora qualcuno vi era riuscito.
L'Italia è tutta in subbuglio, colpita da un'ondata di scioperi e proteste con ben pochi precedenti. Tassisti, autotrasportatori, agricoltori, studenti, commercianti, benzinai e tanti altri sono sul piede di guerra e gridano ai quattro venti la comune insoddisfazione.

Ora, di fronte ad una situazione del genere, un uomo degno di tal nome dovrebbe almeno lasciarsi sfiorare dal dubbio di non aver svolto bene il proprio lavoro. Monti, invece, fa finta di nulla. Continua dritto per la sua strada, vale a dire quella che ci ha condotti in questo disastro. Dopo le tasse, (già, ora dice che sono finite, ma c'è da scommettere che presto torneranno a fare capolino), adesso tocca alle liberalizzazioni incondizionate. I diretti interessati non sono d'accordo e invadono strade, piazze e caselli autostradali? Chi se ne frega! Al massimo riceverà le parti sociali, come se fosse un dono calato dall'alto; ma per far cosa, a parte salvare la faccia? Non credo affatto che accoglierà richieste o indicazioni di sorta. Lui ha la "tecnica", la "scienza" dalla sua parte. "Io so io e voi non sete un cazzo!", come direbbe il Marchese del Grillo. Non a caso, con il tono del saccente accademico e del professore cattedratico, ha già detto che i partiti  in Parlamento non devono permettersi di modificare il suo decreto; men che meno si può pensare di porre dei paletti alle modifiche dell'art. 18 dello Statuto dei Lavoratori per impedire licenziamenti di massa.

Uno che dimostra così poco rispetto per le istituzioni, (ad eccezione, s'intende, di quelle che l'hanno messo dove sta), secondo voi può farsi condizionare dalle richieste e dagli umori del popolo? Uno che ha il "coraggio" di imporre il prezzo più alto d' Europa per i carburanti, di tassare le prime case e di togliere la pensione a chi non è ancora vecchio, secondo voi, si fermerà davanti a fenomeni come quelli che stanno interessando ora l'Italia?

Nossignore! Se permettete che vi dica la mia, Monti non si fermerà. Non toglierà le accise sui carburanti. Non creerà nuovi posti lavoro. Non taglierà gli stipendi dei parlamentari. Non farà, insomma, nulla di diverso da ciò che ha iniziato a fare. Quindi, cosa fare? L'unica cosa che possiamo fare è continuare a protestare. Anzi, bisogna alzare il tono della protesta e iniziare a chiedere a gran voce le sue dimissioni e quelle di chi l'ha votato. Il Paese si deve paralizzare, se questo è necessario. Niente più scambi e transazioni. Ritiriamo tutti i soldi dai conti in banca. Mettiamoci a braccia conserte. Rechiamoci tutti a Roma, a dire che non vogliamo più essere schiavi delle banche e della massoneria, (della quale dice di non sapere niente!). L'unica cosa che dobbiamo fare, nel frattempo, è pensare al domani. Chi metteremo al posto di tali delinquenti? E cosa faremo se riusciremo a deporli? E' qui che viene il difficile.
Pensiamoci!

Roberto Marzola.

sabato 21 gennaio 2012

SICILIA: COSA SARA' DOPO LA RIVOLTA ?

La rivolta siciliana prosegue, malgrado qualche tir abbia ripreso a consegnare carburanti nei distributori e merci nei supermercati. Nel resto d'Italia, nel frattempo, qualcosa inizia a muoversi. In Sardegna sono insorti i pastori sardi, da tempo sul piede di guerra contro le politiche agricole imposte dall'Unione Europea. In Calabria gli autotreni bloccano alcune arterie molto importanti. Puglia, Lazio e Abruzzo sono interessate da alcune manifestazioni in corso.
Che dire? Bene, molto bene! Anzi, spero che questo sia solo l'inizio. Come dicevo nel precedente articolo, servono grandi numeri per poter spaventare gli autori materiali di questo disastroso state di cose. Tuttavia, i numeri da soli non bastano. Servono lungimiranza e un piano d'azione. Per cui mi chiedo: quando finirà la protesta? E soprattutto: cosa ci si aspetta di ottenere da essa?

Me lo chiedo perché, purtroppo, non vorrei che tutto si risolvesse in un nulla di fatto. Questi politicanti da strapazzo, in genere dei buoni a nulla, sono invece bravissimi nell'arte di ammansire con le loro promesse, con il loro fare da Don Abbondio. E non mi sembra esattamente il momento di accontentarsi delle parole, delle assicurazioni date da chi di professione fa il venditore di fumo. La protesta dovrebbe, a mio avviso, allargarsi ulteriormente, andare avanti ad oltranza, fino a quando non si otterranno risultati concreti. Il tutto senza farsi prendere da scrupoli vari, come i beni di prima necessità che iniziano a scarseggiare nelle zone interessate dall'insurrezione. Quelli, tanto, mancheranno comunque, proprio come sta avvenendo in Grecia. E' solo questione di tempo. Meglio, dunque, che manchino per ribellione, piuttosto che per sottomissione agli oligarchi della finanza.
Bisogna tener duro, insomma, fino a quando le richieste avanzate non diventino realtà concreta, fino a quando non saranno cacciati dal tempio i mercanti della BCE, del FMI, della Goldman Sach's e delle grandi banche d'affare in generale. E per cacciarli si deve per forza creare, (come avverte Ugo Gaudenzi, direttore di "Rinascita"), un "fronte comune a tutti i costi, buttando a mare ogni distinguo sovrastrutturale, ideale, partitico, ideologico. E’ sulla divisione tra cittadini, sul 'divide et impera', che il regime della miseria e dell’usura prospera e che è riuscito per decadi, tenta oggi e tenterà ancora di sopravvivere. Che non sia più così". Uniamoci, quindi, tutti sotto la stessa bandiera per il futuro dell'Italia e dell'Europa, senza più queste sterili distinzioni tra guelfi e ghibellini, tra rose bianche e rose rosse. La Patria chiama, il futuro chiama. Non possiamo più tirarci indietro, non possiamo più vivere una vita da schiavi. Rialziamo la testa!

Roberto Marzola.

giovedì 19 gennaio 2012

SICILIA: AGGIORNAMENTI E CONSIDERAZIONI PERSONALI.

Non si ferma la protesta in Sicilia. Anzi, a leggere quanto scritto da alcuni media, l'insurrezione pacifica avrebbe iniziato a risalire lo stivale e ad interessare la Calabria. Oltretutto, il fronte pare allargarsi fino a coinvolgere studenti, disoccupati, casalinghe ecc. Ormai manca il carburante nei distributori e il pane sugli scaffali dei supermercati. Tutto è bloccato.
Peccato che, nonostante tutto, arrivino ancora poche notizie da giornali e telegiornali di scala nazionale. Solo il TG5, da quanto mi risulta, si è degnato di mandare in onda oggi un servizio striminzito. Ma non importa. Adesso contano altre cose.

In primo luogo, bisognerebbe mettere a tacere le solite male lingue, le quali vedono infiltrazioni e strumentalizzazioni partitiche di ogni colore. Si dovrebbe dare un segnale forte, per dire una volta per tutte che la rivoluzione, almeno stavolta, è di popolo e per il popolo. I signori dei partiti politici, se vogliono, si mettano in coda, diano il loro contributo, ma senza bandiere, senza proclami e, soprattutto, senza reclamare medaglie e riconoscimenti vari. Non sono le etichette che devono avere il sopravvento, ma la fame di lavoro e di giustizia del quisque de populo, del cittadino qualunque. Stesso discorso vale per i sindacati, da decenni conniventi con gli speculatori di professione.

In secondo luogo, bisognerebbe cercare di stringere rapporti con le altre organizzazioni di lavoratori, (non solo agricoltori ed autotrasportatori), organizzati spontaneamente e collettivamente, non sindacalmente. Trovo che questo sarebbe un errore di quelli fatali. Come ho scritto poche righe sopra, i sindacati da troppo tempo si sono dimenticati degli interessi dei veri lavoratori, per ingerirsi in affari politici che hanno ben poco a che fare con il compito che sarebbe di loro pertinenza. A parte questo -dicevo- bisognerebbe, a mio modesto parare, cercare di far diventare questa protesta un solo corpo, una sola anima, per farle assumere una dimensione nazionale. Come? Coinvolgendo tutti i lavoratori dello stesso settore e quanti si trovano nelle stesse condizioni dei dimostranti. Bisogna invitarli a scendere in piazza, ad unirsi al codo di coloro che hanno deciso di dire: "basta!".  Solo i grandi numeri possono spaventare i veri responsabili di questa crisi.  Credo sia meglio capirlo.

Infine, tradotte queste due condizioni nella pratica, si dovrebbe essere così bravi e così lungimiranti da stendere un programma d'azione comune per la seconda fase, ossia quella successiva alla protesta. Non si può pensare di uscire da questo decadimento solo alzando la voce. Si debbono avere bene a mente richieste, obiettivi e propositi. Non è un'impresa facile, ma neanche da titani. Potrebbe essere sufficiente sentire cosa chiedono i singoli comparti lavorativi e settori sociali, (agricoltori, autotrasportatori, operai, imprenditori, casalinghe, studenti ecc.), trovare un'intesa su pochi punti e mettere tutto nero su bianco.  Solo così si può pensare di dare un futuro diverso al nostro Paese, ovvero soltanto mettendo da parte tutte le divisioni e focalizzando l'attenzione su pochi ma essenziali e, soprattutto, condivisibili traguardi.

Sia chiaro che queste sono solo le mie modestissime opinioni; se volete, le impressioni di un osservatore esterno. Siete liberissimi, quindi, di condividerle o di criticarle. Tuttavia, ritengo che parlare di certe cose per invitare ad un ragionamento, ad una sorta di "pianificazione", possa essere fondamentale in questa situazione. Per come stanno messe le cose, non credo che ci saranno altre opportunità del genere. Ormai siamo ad un bivio: o riprenderci in mano il nostro destino, oppure continuare a sopportare le angherie dei governi tecnici (o presunti tali). Quindi ripeto: esprimetevi, criticatemi ferocemente, ditemi come la pensate, fate tutto; ma, per favore, non ditemi solo "bravo" o "cretino". E' importante!

Roberto Marzola

martedì 17 gennaio 2012

LA SICILIA INSORGE: NON LASCIAMOLA SOLA !

In pochi parlano del blocco che in queste ore sta interessando la Sicilia. L'isola è completamente paralizzata da un moto di protesta. L'hanno chiamata la "rivolta dei forconi", ma mi pare riduttivo. Innanzitutto, non sono scesi in piazza soltanto gli agricoltori, come il nomignolo vorrebbe far intendere; al loro fianco, infatti, sfilano anche gli autotrasportatori, uniti nella protesta contro i continui aumenti del carburante,che rendono sempre meno remunerativa la loro attività. In secondo luogo, credo si possa dire di essere arrivati finalmente ad un punto di rottura. I siciliani non sono più disposti a soffrire il cinquantennale disinteresse mostrato dallo Stato nei confronti del settore primario e, ora, anche verso quello dei trasporti. Non vogliono pagare con il sudore della fronte e di tasca propria un debito non loro; non intendono subire le conseguenze di una crisi creata ad arte per sottrarre denaro ai mercati, in modo tale da farlo confluire in forzieri privati. Chiedono misure urgenti: defiscalizzazione dei carburanti e dell’energia elettrica, uso dei fondi europei per arginare la crisi dell’agricoltura, il congelamento delle procedure regionali di riscossione dei tributi, un taglio all'infinita lunghezza della filiera. Ma chiedono anche sostegno e partecipazione: vogliono chiamare a raccolta "Agricoltori, Commercianti, Artigiani, Operai, Autotrasportatori, Braccianti agricoli  e quanti vogliono decidere le sorti di questa terra e dei loro figli", (così si legge sul loro manifesto). Tutti sono invitati alla mobilitazione "contro  questa classe dirigente che vuole farci pagare il conto. Vogliamo scrivere una pagina di storia e la scriveremo. Siamo siciliani veri ed invendibili".
Speriamo che lo siano sul serio, che vadano in fondo con la protesta e che non si fermino fino a quando non avranno ottenuto concretamente ciò che chiedono. Fatti, dunque, non parole. Il tempo delle vane promesse è finito. La gente ha fame; i lavoratori, (quelli veri, non i soliti frequentatori dei salottini buoni del Paese), pure ed iniziano ad alzare la voce. Chiedono semplicemente di poter lavorare in maniera concorrenziale e remunerativa. Mi sembrano richieste più che ragionevoli, specie se si considera che stiamo parlando principalmente del settore primario: un settore che con tutte le eccellenze agro-alimentari che possiamo vantare in Italia, se ben supportato dalla politica, potrebbe dare una quantità infinita di occupazione e generare una ricchezza incalcolabile ma che, ciò malgrado, viene continuamente abbandonato a se stesso.
Allora, sosteniamo questa gente. Non lasciamola sola. Non ignoriamola come stanno facendo tutti i media nazionali, (forse per timore che dalla Sicilia possa accendersi il fuoco della rivolta contro la stretta mortale degli usurai). Facciamo sentire la nostra vicinanza e il nostro appoggio, dando visibilità alla loro disperata iniziativa. Se ci rimane un minimo di coraggio e di orgoglio poi, cerchiamo di unirci al loro moto di protesta. Prendiamo anche noi i forconi e scendiamo sul campo di battaglia. L'Italia ha davvero bisogno di noi. In piedi!

Roberto Marzola.

domenica 15 gennaio 2012

CI RISIAMO: LA COMUNITA' EBRAICA MINACCIA

Pacifici, presidente della comunità ebraica italiana, intervenuto alla fiaccolata per le pietre della memoria, sbotta: "soggetti come lui non avranno vita facile". Il riferimento è a Iannone e a tutta Casa Pound Italia e, con essa, un mondo intero.
Come si permette il signore in questione di dire certe cose? Chi o cosa è lui per minacciare di rendere la vita impossibile a qualcuno? Come fa ad avere la certezza che le pietre della memoria siano state oltraggiate da Casa Pound o da qualsiasi altra organizzazione di ispirazione neofascista? A quale titolo invita le forze dell'ordine a "fare una radiografia di tutti i circoli, sia di destra che di sinistra, che fanno attività eversiva"?
Lasciatemelo dire: la faccenda puzza tremendamente di bruciato. Ci sono troppe cose che non tornano, troppe coincidenze sospette: Zippo che, da solo, avrebbe accoppato quattro ragazzi del P.D. e per questo viene arrestato ; Casseri che, (almeno apparentemente), impazzisce e si scaglia contro due senegalesi; un ex NAR gambizzato; le pietre della memoria che spariscono; Iannone che viene arrestato per accuse ancora da capire.
Qui qualcuno ci marcia. Qualcuno ha l'interesse ad accendere la miccia per far esplodere la situazione. L'elezione di un massone come Mario Monti, l'accanimento mediatico della stampa e, adesso, la collera della comunità ebraica nella persona di Pacifici, (uno che, tanto per intenderci, non ha mai nascosto il suo odio per la Palestina), sono segnali che depongono fortemente in tal senso: c'è un preciso piano d'azione. In più, ci vogliono fare la pelle perché, mai come ora, pensarla come la pensiamo noi è un fatto scomodo, che crea imbarazzo. La gente è stanca, stremata dall'usura finanziaria. Non può e non vuole subire oltre. Non è più disposta a credere alle parole di questi signori e volge la propria attenzione altrove. Piano piano, sta iniziando ad ascoltarci. E sente i nostri discorsi sul fallimento della società multiculturale, sui piani per l'instaurazione di un nuovo ordine mondiale, sul signoraggio, sull'usura bancaria, sull'illegittimità della causa israeliana, sul puzzo immondo del sionismo etc. Questioni legate da un sottile filo rosso, che le riporta ad un'unica matrice: quella sionista, appunto, con tutte le sue ramificazioni massoniche nell'economia e nella politica che contano.
Di fronte a tutto questo, non dobbiamo abbassare la guardia, né fare il loro gioco. Men che meno dobbiamo ripetere i vecchi errori. Bisogna mettere da parte tutte le divisioni e fare quadrato, non tanto e non solo per cercare riparo nella moltitudine, ma per intensificare gli sforzi, per far sentire più forte la nostra voce e per realizzare i nostri programmi, (di cui ho già scritto in questo blog), senza cadere nei loro tranelli. L'ora dello scontro finale sta arrivando e non possiamo farci trovare impreparati. Almeno non questa volta.  Coraggio!

Roberto Marzola.

venerdì 13 gennaio 2012

TUTTI I CRIMINI DEGLI IMMIGRATI.

Non vorrei essere ripetitivo ma, almeno a mio avviso, le cose vanno dette chiaramente e gli occhi aperti una volta per tutte. Quindi torno a dire: l'immigrazione è un grosso problema. Non serve essere dei pozzi di scienza per accorgersene. Lo dicono i fatti; certe ideologie, invece, cercano di ridimensionare l'allarme. Se non fosse per queste ultime, infatti, sarebbe piuttosto chiaro che c'è una chiara relazione tra immigrazione e illegalità, che comincia con l'ingresso contra legem nel nostro Paese e che sfocia in veri e propri atti criminosi. Basta seguire un minimo di cronaca per rendersene conto. Con ogni probabilità sono immigrati i responsabili del tremendo fatto di sangue avvenuto a Roma ai danni di una famiglia cinese, in cui sono rimasti uccisi il papà e la bimba di pochi mesi. E' notizia di ieri, invece, che a Padova un 65enne si è rifiutato di fare l'elemosina ad un nord-africano e questo lo ha preso a pugni in faccia, prima di darsi alla fuga. La prognosi è di 7 giorni. Oggi, 13 gennaio, a Sesto San Giovanni un'anziana signora, per giunta invalida, è stata aggredita a scopo di rapina da due giovani romeni i quali, non avendo trovato denaro addosso alla vittima, l'hanno riempita di botte, sputi e insulti. Volendo, posso anche aggiungere la mia testimonianza personale. Nel mio paesuncolo di 13.000 anime, sotto il periodo di Natale, una gang di giovanissimi nord-africani si è resa responsabile di diversi furti con effrazione. Due componenti del gruppo sono stati addirittura fermati la Vigilia di Natale mentre cercavano di scappare dalle Forze dell'Ordine che sono state costrette a sparare. Oggi, invece, una signora è stata minacciata con un coltello alla gola da un ragazzo, apparentemente maghrebino, che cercava di rubarle la borsa. Solo l'intervento di alcuni passanti ha evitato il peggio.
Potrei continuare all'infinito nell'elencare esempi del genere. Tuttavia, mi fermo qui. Non credo serva aggiungere altro materiale per dare il senso di quanti e quali fatti delinquenziali si verifichino in Italia per mano straniera. Anche i dati ufficiali dimostrano l'esistenza di un "contributo" rilevante da parte degli immigrati alla crescita del tasso criminoso: dati ISTAT dimostrano come il tasso di criminalità degli immigrati regolari in Italia sia più alto di quello degli italiani, (1,4 % per i primi, 1,23% per i secondi). E ci tengo a sottolineare che si parla di immigrati regolari...  A predominanza straniera è anche la popolazione carceraria: praticamente, più di un detenuto su tre non è nato in Italia, (fonte Ministero di Giustizia).
A questo punto, mi sorge un dubbio: ma in nome di cosa dobbiamo tollerare tutto questo? Perché un giorno, forse, non si sa come e non si sa quando, questi  signori "ci pagheranno la pensione" ? La criminalità in Italia è un fenomeno già preoccupante di suo, (dovuto alla presenza di varie organizzazioni malavitose di livello praticamente mondiale) , e dobbiamo pure importare delinquenza straniera? Che cosa si aspetta ad adottare misure drastiche in tal senso, come ad esempio l'espulsione immediata del reo e la detenzione nel Paese d'origine?
Domande che, come al solito, non troveranno risposta, perché la moda, anzi la follia, del momento è quella di accogliere e far stanziare tutti, senza alcuna distinzione tra l'immigrato onesto e lavoratore ed il farabutto, dato che tutti sono buoni per essere sfruttati come lavoratori in nero. Magari un giorno saranno pure elettori e titolari di un conto in banca e, allora, vanno compresi, aiutati e perdonati. E gli italiani? Beh, quelli sono animali in via d'estinzione. A chi volete che importi della loro incolumità?

Roberto Marzola.

mercoledì 11 gennaio 2012

VIA ALMIRANTE E ANTIFASCISMO: DILAGA L'IDIOZIA.

"Antifascismo" recita l'immagine; e mettono la svastica...
Ho scritto più volta dell'idiozia dell'antifascismo e dei suoi ottusi militanti, incapaci di fare un ragionamento con un minimo di buon senso, schiavi dei loro pregiudizi e dei loro preconcetti.
Mi tocca, mio malgrado, riprendere la penna, (o la tastiera), per ritornare su questo argomento, dato che si moltiplicano gli episodi targati proprio dall'antifascismo. Dopo i tentativi di abbattere le sculture raffiguranti Mussolini, le aggressioni a Casa Pound Italia, il veto posto alle manifestazioni per onorare la memoria dei caduti della strage di Acca Larentia, ora è la volta di Giorgio Almirante. Non si placa la polemica sorta a seguito del proposito del sindaco di Roma, Gianni Alemanno, di intitolare una via della Capitale all'ex leader del Movimento Sociale Italiano. Non ci sta, praticamente, tutta la sinistra italiana la quale, già nel 2008, lesse addirittura i passi a difesa della razza scritti dallo stesso Almirante nel 1938, (poi ritrattati una decina d'anni dopo). Non ci sta nemmeno la comunità ebraica, che fa addirittura appello al Presidente della Repubblica perché intervenga personalmente nella questione. Non ci sta, infine, l'Anpi che, dal canto suo, definisce "raccapricciante" la proposta.
Un detto popolare recita: "i coglioni vanno sempre in coppia"; allora bisogna dire che in questo caso vanno in triade. Ma che razza di argomentazioni sono mai queste? Come si può rifiutare di intitolare una via a Giorgio Almirante che, nel bene e nel male, resta uno dei più autorevoli esponenti della politica italiana del dopoguerra, l'oratore per eccellenza, il simbolo delle speranze di rinascita di una buona parte di italiani? In fin dei conti, Almirante e lo stesso Movimento Sociale Italiano scelsero la via parlamentare, dimostrando di rispettare l'architettura costituzionale e l'ordinamento che gli italiani, (o certi italiani...), avevano scelto di darsi. Ed è in parlamento che Almirante combatteva le sue battaglie, condannando fermamente lo scontro politico al di fuori delle sue aule. Si incontrava persino di notte con Berlinguer per cercare di porre fine alla guerra civile durante gli anni di piombo, per tentare, cioè, di pacificare il clima rovente dei primi decenni del secondo dopoguerra. E questi signori lo vogliono cancellare dalla memoria degli italiani per delle pubblicazioni risalenti al 1938?
Se così è, faccio presente che lo stesso Giorgio Bocca si comportò similmente, eppure la sua morte è stata ampiamente celebrata, anche ben oltre i limiti e il valore dell'uomo e del giornalista. A breve, magari, gli intitoleranno una strada, una via o una piazza. Aggiungo che in Italia si possono censire decine di vie dedicate a Palmiro Togliatti, uno che si vergognava di essere italiano, uno che ha firmato la condanna a morte di migliaia di suoi connazionali, pur di non contravvenire i voleri della Grande Madre sovietica. Vie e piazze che, nel corso degli anni, sono state dedicate a Giacomo Matteotti, strozzino e rivoluzionario violento, e a Sandro Pertini, adulatore di Tito, responsabile della morte di Luisa Ferida e del suo bambino, pontificatore del terrorista Toffanin. A Bologna, addirittura, ci sono viale Lenin e via Stalingrado, che non hanno bisogno di alcun commento. Aggiungo, infine, che abbiamo un Presidente della Repubblica che, come più volte ricordato, si scagliò contro gli insorti in Ungheria, oppressi dall'invasione comunista, con frasi quanto mai oltraggiose, (gli insorti erano "teppisti", "spregevoli provocatori"; "L'intervento sovietico ha non solo contribuito a impedire che l'Ungheria cadesse nel caos e nella controrivoluzione, ma alla pace nel mondo") .
Eppure, questi signori non si indignano per tutto questo. Nessuno dice una parola. Nemmeno uno dei loro potenti epiteti scuote l'aria. Come mai? E' il puzzo dell'ideologia comunista e post-comunista che, evidentemente, annulla la capacità di giudizio, inibisce l'obiettività e arresta la crescita politica,culturale e sociale di questo Paese. Allora, dato che le cose stanno così, direi che è ora di aumentare i nostri sforzi per dire a tutti gli italiani come sono andate realmente le cose nei decenni addietro. Chi se ne frega se diranno che siamo "revisionisti" e "mistificatori"; è la loro ultima arma per tenere in vita le frottole che hanno disseminato nel corso del tempo. Le stesse bugie che sono alla base del loro peso politico, della loro presunzione e della loro autorità culturale e morale. Se cedono le fondamenta ideologiche e mistificatrici, cadranno gli stessi turlupinatori seguaci dell'antifascismo. Spariscano loro dall'Italia, quindi, non via Almirante. Il tempo della resa dei conti è quasi arrivato. Finalmente!

Roberto Marzola.

martedì 10 gennaio 2012

ALBERTO GIAQUINTO NON L'ABBIAMO DIMENTICATO

Qualche giorno fa scrissi per ricordare i caduti di Acca Larentia. Oggi, 10 gennaio, bisogna rendere omaggio alla memoria di un altro ragazzo morto tragicamente: Alberto Giaquinto, nato a Roma il 5 ottobre 1962; spirato a Roma il 10 gennaio 1979.

In quel giorno maledetto si teneva un corteo di protesta dei ragazzi del Fronte della Gioventù. Gridavano la proprio insoddisfazione contro lo Stato che non aveva ancora trovato i responsabili della Strage di Acca Larentia e che, al tempo stesso, tesseva le proprie trame sulla pelle di quei ragazzi e di tanti altri. Sfilavano anche contro l'orda di compagni, riversatisi per le strade per devastare tutte le sedi del Movimento Sociale Italiano a seguito di un drammatico fatto di sangue che aveva visto per protagonisti i N.A.R.

I giovani missini volevano prendere le distanze da quanto avvenuto in precedenza e dire "basta" una volta per tutte al sangue nelle strade, alla logica degli opposti estremismi, all'incitamento all'odio politico, alla caccia all'uomo. Marciavano, forti delle loro idee e di niente altro. Ciò malgrado due poliziotti accorsero sul posto. Uno di loro, sceso dall'auto, estrasse la pistola dalla fondina e sparò ad altezza d'uomo. Il colpo raggiunse la nuca del diciottenne Alberto Giaquinto, che cadde a terra in un lago di sangue. Si spense poche ore dopo in ospedale. Gli agenti dissero che era armato di P38. Legittima difesa, insomma. Peccato che nessuna arma venne mai rinvenuta addosso al giovane, né proiettili, né altro. Niente di niente.L'autopsia, per giunta, stabilì che Alberto era morto a causa di un proiettile entrato dalla regione occipitale ed uscita da quella frontale a distanza ravvicinata. Tradotto: scappava, anziché affrontare i poliziotti armi in pugno. In questo senso anche le testimonianze dei presenti. Questo, signori miei, è omicidio.

Eppure, la Cassazione nel 1988 condannò l'agente di pubblica sicurezza, tale Aldo Speranza, per "eccesso di legittima difesa". Come la Suprema Corte sia addivenuta ad un simile conclusione resta un mistero, dato che, essendo Alberto Giaquinto disarmato e pure in fuga, non si capisce quale possa essere stata l'offesa nei confronti dei poliziotti. In altre parole, rimane il dubbio che si sia trattato di una sentenza di comodo, buona per mettere a tacere l'opinione pubblica e lavare le coscienze degli interessati.

Francamente,  in questo caso me ne frego delle decisioni dei tribunali. Alberto è un altro ragazzo che se ne è andato troppo presto, un'altra vittima innocente di quegli anni maledetti, dominati dall'antagonismo politico. Voglio ricordarlo così: ancora giovane, coi suoi capelli biondi ribelli, ancora in giro per Roma a fare attivismo politico, in compagnia dei suoi camerati. Sono ancora tutti insieme loro. Ridono, scherzano, discutono. Pensano al futuro: lo immaginano più bello, più giusto, più razionale. Combattono, insomma, proprio come noi e insieme a noi. Per sempre. Non dimentichiamoli, almeno noi.

Roberto Marzola.

lunedì 9 gennaio 2012

MONTI ANDRA' IN EUROPA...E SARANNO GUAI!

Mario Monti, ospite di casa Fazio, fa sapere che andrà in Europa a colloquio con Angela Merkel. Le dirà che siamo un "Paese solido e responsabile".
A me sembra che il Professore se la cavi meglio con le parole, piuttosto che con l'economia. Dopo aver fatto di tutto per deprimere i consumi e gli italiani, (salvo poi ciarlare di fase due, dedicata al rilancio dell'economia), adesso si dà alle perifrasi, ai giri di parole per spiegare agli italiani che si incontrerà la cancelliera tedesca per metterla al corrente del fatto che, malgrado tutto, gli italiani qualche spicciolo da parte ce l'hanno ancora e che i gioielli di casa, (leggasi: Eni e altre compagnie ben quotate), sono sempre a portata di mano tedesca.
Sarà poi il momento di consegnare quei famosi "compiti a casa" che formalmente portano il nome di Monti ma che, in realtà, sono stati fatti da tutti gli italiani.
La Merkel farà il suo lavoro da maestrina e darà il voto allo scolaretto formatosi sui banchi d'oro della finanza che conta. Chissà quale sarà l'esito? Avremo preso la sufficienza o saremo rimandati a settembre? Oppure, chissà se, magari con l'aiuto di Dio, potremo sperare in una giornata di grazia e portare a casa un bel 7+ ?

Dal mio modesto punto di vista mi sento di dire che sarà un fallimento totale. La Merkel e la Germania non guardano in faccia a nessuno. Se ne fregheranno della possibilità che l'Italia consegua l'agognato pareggio di bilancio nel 2013, (come programmato da Berlusconi, non da Monti), tra lacrime e sangue; vorranno di più e punteranno a gettare le basi per l' "unione fiscale". L'Europa è un feudo teutonico, dove non si accettano repliche né ingressi nell'alta società. Si deve obbedire e niente altro. Stando così le cose, sono già pronto a scommettere che, tanto per cambiare, noi italiani saremo costretti a dire ancora una volta "sì" ai voleri germanici e a mettere le mani al portafogli. Altre tasse, altri rincari, altri prelievi.
La domanda resta sempre quella: per cosa, per un'Unione Europea che è ridotta ad un morto che cammina?
Francamente, di fronte a tutto questo, inizio a rimpiangere di essere italiano. Vorrei tanto essere nato in Inghilterra, in Islanda, in Ungheria o in Polonia, vale a dire in quei Paesi che sono stati capaci di dire "no" all'Europa e alla sua stretta fiscale e bancaria, che hanno iniziato a ribellarsi. Per noi, invece, non c'è nulla da fare: siamo un Paese destinato a servire. Che palle!

Roberto Marzola.

sabato 7 gennaio 2012

ACCA LARENTIA: NESSUNO PUO' FERMARE IL RICORDO

7 gennaio 1978: i ragazzi del "Fronte della Gioventù" stanno facendo un volantinaggio nel quartiere Tuscolano, in via Acca Larentia, per cercare di far arrivare quanta più gente possibile ad un concerto che hanno organizzato. Suoneranno gli "Amici del Vento", uno dei gruppi più famosi e più validi della musica alternativa.
Sono anni difficili, in cui si muore a causa di un'idea, in cui "uccidere un fascista non è reato". Le piazze sono autentiche polveriere; basta un nulla per innescare la scintilla ed in men che non si dica le stesse piazze, le strade, i quartieri ed i viottoli si trasformano in un campo di battaglia. Il potere politico è accentrato nelle mani della DC. Fuori dalle Camere, però, gli opposti estremismi si danno battaglia senza esclusione di colpi. Sono gli strascichi della Guerra Civile tenutasi dal '43 in poi, alimentata dall'odio comunista e dal desiderio di riscatto di tante Camicie Nere e dei loro figli. I compagni hanno ancora sete di sangue; i Camerati, invece, vogliono vendicare tutto quello che hanno versato. Lo Stato, nel frattempo, lascia che tutto questo avvenga, intervenendo demagogicamente per legittimarsi politicamente.
In questo clima, dicevo, i ragazzi del "Fronte della Gioventù" escono dalla sede del Movimento Sociale Italiano per pubblicizzare un concerto. Appena usciti in strada, vengono raggiunti dal piombo esploso da una mitraglietta Skorpion, un'arma usata dall'estremismo rosso, dalle Brigate Rosse in particolare. Il ventenne Franco Bigonzetti cade sul colpo. Francesco Ciavatta, diciottenne, cerca di rifugiarsi dopo essere stato ferito, ma i suoi aggressori lo raggiungono e lo uccidono colpendolo alla schiena. Altri tre ragazzi, Vincenzo Segneri, Maurizio Lupini e Giuseppe D'Audino, riescono a sopravvivere all'attentato. Lo sgomento, la rabbia e la disperazione si diffondono immediatamente per tutta Roma. Si raduna una folla di gente che vuole esprimere tutta la sua indignazione e tutto il suo dolore, composta principalmente da missini. La situazione si scalda, a causa di uno sbirro che sfregia il sangue raggrumato dei due ragazzi. La protesta si fa violenta. Allora la Polizia spara ad altezza d'uomo. Stefano Recchioni viene ferito alla testa. Morirà due giorni dopo. Qualche giorno dopo arriva la rivendicazione da parte di Contropotere Territoriale. Intanto, il padre di Ciavatta, straziato dal dolore, si toglie la vita.
Per questa strage, per tutto questo sangue nessuno ha pagato. I principali imputati sono stati assolti per insufficienza probatoria.Uno sfregio ulteriore a quei ragazzi innocenti, morti perché volevano un Paese diverso, un Paese che fosse anche Patria, senza l'odio comunista e senza l'oppressione capitalistica. Ragazzi che hanno preferito l'impegno e l'idealismo politico a quel piccolo progetto di vita borghese cui l'Italia post-resistenziale li aveva condannati. Volevano molto di più di qualche cianfrusaglia materiale e di un conto in banca. Speravano di veder crescere una società fondata su valori di sangue, di fratellanza e di reciproca assistena patriottica. Aspiravano ad un mondo in cui nessuno fosse oppresso dal potere finanziario, in cui ciasciun popolo potesse vivere sulla propria terra, in pace coi suoi connazionali. Un sogno che fu loro negato, come la memoria. Perché di questi ragazzi vogliono addirittura vietarci il ricordo, impedendoci di organizzare cortei in loro onore. Ma non ci fermeranno. La memoria di quei giovani sarà comunque onorata, costi quel che costi. Perché nessuna legge è più forte dell'amore e del rispetto per i morti. Lo avevano scritto qualche secolo fa Sofocle nell' "Antigone" e Foscolo nei "Sepolcri". Questi signori non l'hanno ancora capito. Peggio per loro.

FRANCESCO, FRANCO E STEFANO: PRESENTI. EJA, EJA, ALALA'. 

Roberto Marzola.

venerdì 6 gennaio 2012

RAZZISMO: A FORZA DI GRIDARE AL LUPO...

Una favola di Esopo, (ma l'attribuzione è incerta), racconta che un pastore burlone si divertiva a gridare "al lupo" per farsi gioco di tutti gli abitanti del paese. A forza di gridare "al lupo", però, il lupo arrivò per davvero e fu una tragedia.

La storia recente, invece, insegna che in periodi di contrazione economica le tensioni sociali crescono a dismsisura, specie tra gruppi appartenenti ad entie differenti. E' successo e succede nella civilissima Inghilterra, così come negli U.S.A. che, si sa, sono sempre all'avanguardia da questo punto di vista.

Ora, dobbiamo fare una semplice somma. Uniamo la considerazione iniziale alla seconda. Fatto? A questo punto ritengo che si abbiano tutte le conoscenze per capire ed interpretare la situazione italiana.

In anni difficili, che mettono a dura prova la salute mentale dell'individuo, capita che soggetti con un quadro psichico problematico perdano il lume della ragione e compiano atti di autentica follia come è avvenuto, purtroppo, a Firenze. Così come avviene che, in un mondo in cui si dà sempre meno peso alla cultura e alla formazione, quattro deficienti aggrediscano lucciole e travestiti al grido di "Viva il Duce",(come avvenuto dalle mie parti, a Porto Sant'Elpido per l'esattezza), senza sapere che atti del genere col Fascismo non c'entrano assolutamente nulla e che a questo sono avvicinati solo a causa della versione edulcorata che ne dà la storiografia post-resistenziale. Dulcis in fundo, non deve sorprendere se, a forza di dare peso e visibilità a fatti come quelli in esame su tutti i media per più di 10 volte al giorno, per giunta collegandoli impropriamente ad un significato politico preciso, ogni singolo soggetto con turbe psichiche si sente autorizzato a scrivere su Facebook insulti anti-semiti e razzisti, minacciando pure di compiere stragi, dopo essersi dichiarato "fascista" senza nemmeno aver mai ricevuto una formazione militante.

Questi, signori miei, (e mi rivolgo ai sostenitori accaniti dell'antifascismo violento, ai fautori dei "valori della Resistenza" e a tutti i loro accoliti e servitori), sono pessimi stereotipi che avete creato voi, con la storia falsa che avete insegnato nelle scuole e con gli ideali farlocchi che avete conculcato; questa è l'ondata di emuli che avete incoraggiato col vostro gridare "al fascista razzista e xenofobo". Questi mostri, insomma, li avete creati voi! Davvero vi aspettavate qualcosa di diverso? Avete ignorato qualsiasi principio di buon senso; avete messo in ginocchio un intero Paese e un intero Popolo; avete creato situazioni di incredibile tensione sociale, spacciandole per una sorta di manna dal cielo, ed ora vi meravigliate che la situazione si sia fatta incandescente e che si verifichino certi episodi?  Se avevate previsto qualcosa di diverso, siete dei coglioni; se avete anche solo lontamente ipotizzato un qualcosa di simile, allora siete dei criminali. Ad ogni modo, di tutto questo dovete comunque assumervi la responsabilità davanti all'intera Nazione e, se ci credete, davanti a Dio. Fatevi un esame di coscienza, (ammesso che ne abbiate una). Ripensate alle vostre azioni. Aprite gli occhi e le orecchie per provare a capire cosa veramente vuole e predica chi a certe idee crede sul serio. Imparate l'enorme differenza che passa tra chi quegli ideali li vive quotidinamente e li ha approfonditi e chi, invece, ne ha sentito soltanto parlare a casaccio. Confrontatevi con noi, ( mi metto tra i soggetti accusati), possibilmente lasciando cadere anche solo per un attimo i vostri pregiudizi ideologici. Mettetevi in gioco ed ascoltate le nostre proposte. Magari scoprirete che nessuno incita e, tanto meno, vuole la sofferenza o la morte di qualcuno. Avete ancora la possibilità di farlo anche se ci rendiamo conto che, sotto sotto, a voi le cose stanno bene così come stanno. L'avete già dimostrato in passato. E noi non siamo certo quelli che ignorano le lezioni del passato. A buon intenditor...

Roberto Marzola.

giovedì 5 gennaio 2012

SACRIFICI PER TUTTI, MA NON PER GLI IMMIGRATI.

Ed eccomi ancora a parlare di loro, degli immigrati. Mi tocca farlo, mio malgrado. E' un argomento che mi espone a tutta una serie di critiche, alcune rituali e di maniera, altre veramente fantasiose. Tuttavia, devo farlo. E a costringermi a farlo è, tanto per cambiare, il duo Monti-Napolitano, ovviamente accompagnati dalla schiera di loro seguaci e sostenitori.
Prima ci hanno asfissiati con la storia degli immigrati che "fanno i lavori che gli italiani non vogliono più fare", che "pagheranno le nostre pensioni" e che"badano ai nostri anziani"; adesso hanno cambiato traccia del solito disco che sembrava incantato, per cominciare a dirci che "tutti dobbiamo fare sacrifici". Peccato che i primi a non fare questi sacrifici siano proprio loro, (i politici), e...gli immigrati!
Avete letto bene: il governo tecnico, che a breve tasserà pure l'aria che respiriamo, ha deciso di lasciare fuori dalla manovra lacrime e sangue proprio gli immigrati. Non pagheranno più la tassa di soggiorno come originariamente previsto. Il governo ci ha ripensato, facendocelo sapere per bocca del Ministro dell'Integrazione Riccardi e di quello dell'Interno Cancellieri. A quanto pare il motivo di questo pentimento sarebbe quello di non voler affliggere le tasche degli stranieri con un tributo. Come era quella favoletta scritta in Costituzione, "tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di razza" ? Una favoletta, appunto, perché nelle stesse condizioni in cui versano questi signori, (a scanso di equivoci va detto che alcuni vivono in condizioni di autentica povertà), ci sono tanti italiani, (sempre di più), che arrivano sì e no alla metà del mese. Eppure questi nostri concittadini fanno i conti con i provvedimenti dell'illuminato premier su pensioni, prima casa, carburanti, prezzi dei beni di consumo, tariffe di acqua, luce e gas e, dulcis in fundo, in tema di occupazione e licenziamenti. Perché la stangata colpisce solo alcuni? Il criterio distintivo tra poverracci è forse divenuto il colore della pelle o, in alternativa, quello della nazionalità? A che pro, poi?
Mi faccio quest'ultima domanda perché, contrariamente a quanto si dice generalmente, l'impatto degli immigrati è tutt'altro che facilmente calcolabile. Questi grossi vantaggi, che la loro presenza dovrebbe portare, sembrano proprio non vedersi. Non sappiamo quanti sono, quanti  di essi lavorano e quanti pagano la tasse.  Le dichiarazioni dei redditi dicono che a versare quattrini all'erario sono in pochissimi; in compenso, sono in molti quelli che popolano l'anagrafe carceraria e quella ospedaliera. Pare, addirittura, che queste presenze ci costino ben 35 miliardi di euro l'anno,(fonte):  praticamente come una finanziaria!
Una cifra spaventosa che reclama risposte tecniche e chiare, non la solita retorica sgangherata e "politically correct", soprattutto quando appare chiaro che a pagare sono sempre i soliti. Se qualcuno vuole davvero parità, (ovviamente di diritti e doveri), è ora che inizi ad aprire il borsello e a partecipare al destino di noi italiani. Altrimenti è libero di fare i bagagli e andarsene, dato che nessuno lo obbliga a restare. E adesso, ditemi pure che sono "razzista" e "xenofobo"; ormai li prendo per complimenti!

Roberto Marzola.

martedì 3 gennaio 2012

QUELLE CONDANNE A MORTE FIRMATE DA GIORGIO BOCCA

Pubblico anche qui un articolo che ho scritto per "Il Cyrano. Webmagazine non conforme". Se potete, visitate questo nuovo blog, che aspira a diventare una vera e propria testata giornalistica. E' gestito da ragazzi di belle speranze e di talento che sto conoscendo a poco a poco. A tal proposito, voglio cogliere l'occasione per ringraziarli uno ad uno per avermi dato la possibilità di dar vita a questo spazio che abbiamo deciso di chiamare "la stanza della memoria". Confesso che è per me un grande onore poter collaborare con loro, reso ancor più grande per il semplice fatto che un'occasione del genere era del tutto inaspettata. Grazie davvero!

Ad ogni modo, vi propongo una ricerca che ho condotto sulle gesta partigiane di Giorgio Bocca, da poco scomparso, che sono sconosciute ai più...Tanto per cambiare! 

 
QUELLE CONDANNE A MORTE FIRMATE DA 
GIORGIO BOCCA
Il giorno di Natale, come saprete, si è spento Giorgio Bocca. In molti lo hanno ricordato come uno dei più influenti giornalisti a livello nazionale; tanti altri, invece, per la sua partecipazione alla lotta partigiana nelle formazioni di “Giustizia e Libertà”, che aveva contribuito a fondare. Solo qualcuno si è soffermato sul suo passato di fascista e antisemita, oltre che sul suo odio per il Meridione. Al contrario, praticamente nessuno ha rinfrescato la memoria all’opinione pubblica sulle sue “gesta” come giudice del popolo a guerra finita.
Per questo motivo forse qualcuno di voi scoprirà con grande sorpresa che il sig. Bocca nel 1945, (ripeto: a guerra finita), divenne responsabile di uno dei tanti tribunali partigiani che si erano costituiti tanto in montagna quanto in pianura. Tribunale è un nome che non deve trarre in inganno: difatti, i tribunali partigiani, checché se ne dica, non avevano la minima parvenza di legalità e giustizia, né formale, né sostanziale. Operavano con disinvoltura, decretando pene severe e numerose condanne a morte. Per rendere bene l’idea, si può prendere brevemente in considerazione cosa scrive il partigiano Ermanno Gorrieri nel suo libro “La Repubblica di Montefiorino” : "La lettura dei verbali dei processi non può non suscitare qualche perplessità. La loro forma alquanto approssimativa denota l'assenza, nel Tribunale partigiano, di qualsiasi esperto della materia: giudici, avvocati, laureati in legge. Inoltre, mentre talora si dice che vengono letti ‘i verbali di istruttoria’, come pure la deposizione dei testi, in altri casi non si parla di deposizioni: il che fa supporre (ed è confermato dalle testimonianze ) che l'unico elemento di accusa fosse la confessione dell'imputato. E questo pone il problema del come fossero ottenute queste confessioni. Si può dunque affermare che la giustizia partigiana non funzionò in modo del tutto soddisfacente, neppure nella seconda repubblica di Montefiorino."
Ed è in questo clima che si muove Giorgio Bocca. Nei primi mesi del 1945 si trovò a giudicare le sorti di Adriano Adami della Divisione Alpina Monterosa e di quattro suoi commilitoni, tutti sottufficiali: Frison, Lanza, Giminiani, Alongi. Insieme a loro vi era una donna, un’ausiliaria del S.A.F. che rispondeva al nome di Marcella Catrani e che pare fosse la fidanzata dell’Adami. I sei erano stati catturati dopo che il 26 aprile 1945 il Maggiore Molinari, consegnò il reparto ai partigiani, spingendo Adami e gli altri ad un disperato tentativo di fuga. Vennero intercettati sulle montagne e ne seguì uno scontro a fuoco, che vide il successo delle formazioni di Giustizia e Libertà, superiori nel numero. Deposte le armi, i reduci della Divisione Alpina Monterosa vennero fatti prigionieri e scortati presso Paesana, nel cuneese. Fu lì che Adami venne identificato e venne “legato, pestato e torturato. Tutto il gruppo dei prigionieri fu poi trasferito nella locale scuola comunale; sembrava che tutti fossero pervasi da frenesia di vendetta e di odio poiché il paese era stato poco tempo prima incendiato per rappresaglia dai tedeschi. Il gruppo fu sottoposto ad un primo interrogatorio durante il quale Pavan, (nome in codice di Adami, ndr), si prese tutta la colpa. La mattina seguente, i prigionieri furono caricati su un autocarro e portati a Saluzzo, presso il campo di concentramento della Caserma «Musso». Durante quest’ultimo trasferimento, la folla, ingiuriosa e violenta, rallentò più volte la colonna; sintomatico questo di una forte pressione e pretesa di ‘giustizia’ da parte della stessa popolazione civile indotta a chiedere il saldo del conto agli uomini ritenuti responsabili di tanti patimenti”(fonte). Il parroco di Paesana, don Giuseppe Ghio, scrisse nel suo diario: “Vedo un formicolio di uomini, donne, ragazzi e centinaia di visi stravolti dall’odio, dalla vendetta...Poco dopo, il tenente Adami, legato ai polsi e con una corda al collo, viene portato in giro, dietro lo steccato, per soddisfare le richieste della folla che vuole vederlo da vicino e gettargli in faccia tutto il suo disprezzo” (fonte).
A fine aprile si aprì il processo presso il campo di concentramento sito all'interno della Caserma Musso di Saluzzo (CN). A condurlo furono gli stessi carcerieri. Tra di essi vi era, (lo ripeto ancora), Giorgio Bocca, che non aveva nemmeno avuto il coraggio di dare le sue generalità, limitandosi ad identificarsi col suo nome di battaglia. Chiamarono gli imputati a difendersi e questi lo fecero come meglio poterono. La condanna, tuttavia, era già stata scritta nel momento della cattura e il verdetto fu unanime: condanna a morte con fucilazione alla schiena per Lanza, Giminiani, Alongi e, ultimo, Adami per “aver condotto con particolare accanimento e crudeltà la lotta antipartigiana, incendiando case, procedendo al denudamento di donne, maltrattando prigionieri e civili, e commettendo crudeltà varie sia nei confronti di partigiani che di borghesi”. Questo fu quanto sostenne il tribunale partigiano che, però, non formulò nessuna accusa di omicidio. Di diverso avviso Gianpaolo Pansa, il quale in “I gendarmi della memoria”, (Sperling & Kupfer, 2007, p. 63 e ss., consultabile qui), scrive che le ragioni, (quelle vere, non quelle pretestuose), furono ben altre: “Adriano Adami, un perugino di 23 anni, studente universitario e ufficiale dello stesso battaglione […] è diventato la bestia nera dei partigiani nelle due vallate. Perché? […] Adami comandava una compagnia del battaglione ‘Vestone’ […] e all’inizio di novembre si era rifiutato di passare ai partigiani, come avevano fatto molti alpini di quel battaglione. Quando il ‘Vestone’ cessò di esistere, il 15 novembre 1944 Adami venne inviato al ‘Bassano’, con quaranta alpini del vecchio reparto. Qui gli diedero il comando della 9a compagnia. […] L’incarico era delicato e pesante, soprattutto in un’area dove la guerriglia partigiana stava diventando molto aggressiva. Bisognava mettere in atto una controguerriglia quotidiana, che aveva come scopo principale la cattura di partigiani, a cominciare dai comandanti delle bande. In questo compito, Adami si dimostrò coraggioso ed efficiente. Il suo reparto contava una sessantina di uomini. E tra questi c’era il maresciallo Frison. Era fatale che Adami diventasse l’uomo nero dei partigiani. Fare la controguerriglia comportava interventi rapidi e duri. A ‘Pavan’ vennero attribuite nefandezze orrende. Ma erano quasi sempre leggende senza fondamento, tanto che al momento del processo davanti al tribunale partigiano, costituito dai comandi della 11a Divisione Garibaldi e della 2a Divisione Alpina di Giustizia e Libertà, non gli venne imputato nessun omicidio”.
Così, il 2 maggio Adami fu condotto con i suoi Camerati sul luogo dell’esecuzione. Allorché il capo del plotone diede l’ordine del fuoco, Pavan lo interruppe per invitare tutti i condannati a gridare: “Viva l’Italia Grande!”. Seguirono le raffiche di mitra e i colpi di grazia. Mentre Adami e gli altri perivano, Marcella Catrani “fu deferita al tribunale del popolo e trattenuta ancora per alcuni mesi di prigionia, periodo in cui subì sevizie e violenze sessuali ripetute da parte dei partigiani” (fonte). Vale giusto la pena sottolineare che i partigiani, non essendo legittimi combattenti alla luce del diritto internazionale, non avevano alcun diritto di processare e condannare dei combattenti legittimi come erano quelli della Repubblica Sociale Italiana, circostanza che li avrebbe obbligati a consegnare i prigionieri ai comandi alleati. Ma così non fu…
Si dice che la storia sia “magistra vitae”. Se così è, insegna senz’altro a cercare esempi di coraggio, lealtà, fede, tenacia e umanità in tutte le direzioni tranne che in quella verso cui si mossero i partigiani italiani, capitanati da Giorgio Bocca. Da cotanta infamia nasce l’attuale stato, che vanta la “più bella costituzione del mondo”, (o almeno così dicono). Di queste gesta si è macchiata “una delle più grandi penne d’Italia”. Ma quanta falsità, quanta perfidia e quanta ideologia c’è in questi giudizi? Possibile che a più di 60 anni da quegli eventi ancora non si sia giunti a riportare la verità e a restituire dignità e memoria a così tanti uomini e donne, caduti sotto i colpi dell’odio? Per queste mie indagini mi chiamano “passatista”. A costoro rispondo con le parole del filosofo George Santayana, il quale disse che “chi non conosce la storia è condannato a ripeterla”. E, difatti, sembra proprio che siamo tornati al clima di odio, alla caccia al fascista. Studiate quindi, gente, studiate e non fidatevi mai delle versioni di partito della storia!

Roberto Marzola.


lunedì 2 gennaio 2012

MONTI E NAPOLITANO: CHE COPPIA!

Il 2011 se ne è andato e si è chiuso con due discorsi: quello di Monti e quello di Napolitano. Il primo ha parlato per ore e, in pratica, non ha detto nulla. Si è limitato a parlare di "fase due", dedicata al rilancio dell'economia, ma senza aggiungere molto altro. Il secondo, invece, ha detto che i sacrifici che abbiamo fatto non sono inutili e che prabilmente ne serviranno degli altri. Entrambi, poi, si sono scambiati reciproci apprezzamenti. Il presidente della repubblica, (minuscole d'obbligo!), si è attribuito il merito di aver fatto una scelta cauta e ponderata allorché ha evitato le urne; il presidente del consiglio, (per le minuscole vedi sopra), ha gioito come un bambino la mattina di Natale per le indicazioni offerte dal capo dello stato.

Sembra proprio una favola, una di quelle belle storie di Natale in cui non si risparmiano sorrisi, abbracci, buoni sentimenti e buoni propositi. Solo che manca il classico lieto fine o, almeno, manca per noi poveri cristi.
E sì, perché nel frattempo i carburanti hanno subito un ulteriore ritocco verso l'alto. Lo spread vola, (oggi in lieve flessione, ma pur sempre abbondantemente al di sopra dei 500 punti). L'occupazione cala e, almeno secondo le previsioni dei sindacati, è destinata a calare ulteriormente nel 2012: lo stesso Ministero dello Sviluppo economico fa sapere che saranno oltre 300.000 i posti di lavori a rischio e 40.000 quelli che rischiano di saltare immediatamente. Unioncamere, da parte sua, rende noto che l'inflazione, alimentata dalle manovre sui conti pubblici del governo Monti, morderà i salari del 2,4% . E, giova ricordarlo, il 2012 sarà l'anno in cui entrerà in vigore il decreto salva-Italia con i suoi circa 50 balzi e balzelli che andranno a massacrare la gente comune, risparmiando lor signori. 28 di questi sono entrati in vigore già da oggi. Tra i più importanti, ricordiamo l'IMU, (imposta municipale immobili), con aliquota allo 0,4 per mille sulla prima casa e 0,76 per la seconda, la quale godrà di una maggior base imponibile grazie alla revisione delle rendite catastali; l'imposta del 6% sulle vincite oltre i 500 euro; le già ricordate accise su benzina, gasolio e gpl; l'aumento dei pedaggi autostradali; l'aumento del 2,7 % della bolletta del gas e di 4,7 per quella della luce.

Ora, io non sono un economista e, men che meno, un "professore", ma sarei proprio curioso di sapere il perché "i sacrifici fatti non sono inutili" come vorrebbe farci credere Napolitano e, già che ci siamo, come si può anche solo lontanamente pensare di rilanciare l'economia prelevando i soldi direttamente dalla tasche degli italiani e facendo schizzare alle stelle i prezzi dei beni di consumo, ivi compresi quelli di prima necessità. Oltretutto, non ho sentito neanche una parola su come evitare che il debito pubblico possa ripresentarsi in futuro. Mi spiego meglio: se io ho un tubo che perde in cantina, non mi limito a tappare la perdita; mi domando anche quanto durerà la riparazione e se da sola può essere sufficiente. Qui, invece, si parla solo di prelievi e di qualche fantomatico taglio, ovverosia di soluzioni a breve termine, mentre quelle a lungo termine mancano del tutto. E gli aiuti alle famiglie? La creazione di nuovi posti di lavoro? Il rilancio del sistema primario, (3 miliardi in meno all'agricoltura!), e le misure di sostegno al secondario?  L'ingresso dei giovani nel mondo del lavoro? Tutto tace.

Queste domande e considerazioni richiedono una risposta immediata, non certo perché le ho avanzate io, ma per il semplice fatto che sono diventate il chiodo fisso di tutti gli italiani. Le istituzioni, però, continuano a non rispondere, forse perché non vogliono ammettere di non poter davvero dare una risposta esauriente. E, così, Napolitano predica rigore e gongola per i sacrifici, mentre Monti prosegue nell'assalto al risparmio privato e gli italiani, ovviamente, pagano. Non c'è che dire, proprio una bella coppia di criminali. E sarebbero questi i salvatori della Patria? Per favore, siamo seri.

Roberto Marzola.