Ieri dalle mie parti è accaduto un episodio grave: un gruppo di malviventi, armati di pistola, ha fatto irruzione in una giolleria ed ha tenuto in ostaggio il proprietario. I rapinatori lo hanno colpito più volte alla testa per convincerlo ad aprire la cassaforte. Ottenuto ciò che volevano, lo hanno legato con del nastro isolante. Mentre stavano per scappare con la refurtiva, il caso ha voluto che nel negozio entrasse l'anziano padre del titolare. E' stato un diversivo; un imprevisto, che ha permesso al commerciante di prendere la pistola che teneva sotto al bancone e di aprire il fuoco contro quei rapinatori che lo avevano derubato, riempito di colpi in testa e che minacciavano di rapire il padre, per usarlo a mo' di scudo durante la fuga. Un membro della banda è rimasto al suolo dopo gli spari: una donna di 30 anni con vari precedenti penali. E' morta sul colpo, mentre i suoi compari se la davano a gambe.
Potreste dire: un episodio comune; una di quelle tragedie che, purtroppo, avvengono sempre più frequentemente in Italia. Avete ragione; ma viverle da vicino fa tutt'altro effetto. Ti porta a ragionare, a toccare con mano le paure ed il pensiero della gente. E' un bel modo per interpretare la realtà circostante, per cercare di capire qualcosa in più sul fenomeno sociale.
Devo dire che è stato un avvenimento che mi ha riempito di interrogativi e che mi ha spaventato alla grande. Non perché mi ha fatto constatare a quanti pericoli ci espone questa società e questo stato di cose, (era una situazione di cui avevo preso già coscienza); più che altro, mi hanno intimorito le opinioni e i giudizi dei presunti intellettuali: politici, giornalisti e quant'altro. Ho sentito con le mie orecchie parole di biasimo per la vittima del reato, dipinto in più casi addirittura come un assassino e, per di più, anche vigliacco, perché ha sparato alle spalle. Tralasciamo la vigliaccheria, dato che questo è un Paese che, storicamente, nasce dal tradimento e dalle fucilate alle spalle. Pensiamo piuttosto a come si possa definire "assassino" uno che ha aperto il fuoco per difendere se stesso, la vita di suo padre e, non ultima, la sua proprietà? Più in generale: come si può giudicare l'operato altrui senza sapere cosa voglia dire rischiare la vita, standosene comodamente in poltrona a leggere il giornale? Questi interrogativi mi lacerano la coscienza. Non riesco a capacitarmi di quanta falsità, di quanta ipocrisia e, se vogliamo, di quanta faciloneria popolino questo mondo. Certo, è morta una persona che, per quanto disgraziata e socialmente pericolosa, resta pur sempre una persona. Ma chi o cosa ha spinto la signorina a compiere simili atti, se non la sua volontà? Non lo sapeva che a forza di aggredire il prossimo, prima o poi qualcuno avrebbe potuto reagire all'aggressione? Per favore, non ditemi che dovrei sforzarmi di capire le ragioni che potrebbero aver indotto la poveraccia ad intraprendere la carriera criminale: la povertà, il disagio sociale, la difficoltà di trovare un lavoro... Tutte balle! Conosco decine di persone sfortunate, afflitte da problemi economici e non solo. Sono persone che si arraggiano, che cercano di vivere alla giornata; ma mai nessuna di queste ha lontanamente pensato di impugnare una pistola e minacciare il prossimo. La criminalità è una scelta individuale, che si compie se c'è la volontà di intraprendere la strada più corta e più rapida; una scelta che non può essere accettata né coperta dal buonismo. Serve il pugno di ferro. Servono leggi così dure da scoraggiare anche il più disperato dei disperati. Lo Stato italiano cosa fa di fronte a tutto questo? Rassicura la vittima del reato? Si prende l'impegno di venire incontro alle esigenze di tutela e alla disperazione della gente comune, ormai stanca di subire attacchi continui dal delinquente di turno? Macchè! Mette sotto indagine penale la vittima del reato per omicidio colposo da eccesso di legittima difesa. Un atto dovuto dice la legge. Sarà pure dovuto, (e lo è), ma intanto quel povero Cristo, oltre ad aver vissuto un'esperienza difficile da dimenticare, sarà pure costretto a sentirsi dare dell'assassino, vuoi dagli inquirenti, vuoi dall'intellettualone di turno. Oltre il danno la beffa. Anzi, l'umiliazione. Benvenuti in Italia, dove lo schifo è di casa.
Roberto Marzola.
Dopo una lunga gestazione nasce un blog giovane,ponderato e politically Scorrect: senza peli sulla lingua,senza freni.Un viaggio a 300 all'ora sulla realtà passata e contemporanea,per scalzare dal loro scranno i baroni della politica, della morale,della storia e,più in generale,della cultura! Questo blog lotta con ARIES OFFICINA NAZIONAL POPOLARE.
BENVENUTI, CHIUNQUE VOI SIATE
Se siete fautori del "politcally correct", se siete convinti che il mondo è davvero quello che vi hanno raccontato, se pensate di avere tutta la verità in tasca, se siete soliti riempirvi la bocca di concetti e categorie "democraticizzanti", sappiate che questo non è luogo adatto a Voi.
Se, invece, siete giunti alla conclusione che questo mondo infame vi prende in giro giorno dopo giorno, se avete finalmente capito che vi hanno riempito la testa di menzogne sin dalla più tenera età, se avete realizzato che il mondo, così come è, è destinato ad un lungo e triste declino, se siete convinti che è giunta l'ora di girare radicalmente pagina , allora siete nel posto giusto.
Troverete documenti,scritti, filmati, foto e quant'altro possa sostenervi in questa santa lotta contro tutti e tutto. Avrete anche la possibilità di scrivere i Vostri commenti, le Vostre impressioni, le Vostre Paure e le Vostre speranze.
Svegliamoci dal torpore perché possa venire una nuova alba, una nuova era!
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giovedì 5 aprile 2012
mercoledì 4 aprile 2012
IL "FENOMENO" VICHI E IL TENTATIVO DI CANCELLARE IL NEOFASCISMO
Lasciate che mi prenda una soddisfazione ogni tanto. Tempo fa riportavo le cronache dell'accanimento contro Casapound dopo i fatti di Firenze, sottolineando come essa fosse presa di mira in rappresentanza di un intero mondo, e ponevo l'attenzione sul possibile ritorno di un clima d'odio e di persecuzione politica. Bene, è passato un po' di tempo da quel mio modesto scritto e gli eventi sono andati proprio in questa direzione: c'è stato l'episodio delle pietre d'inciampo, la denuncia al responsabile nazionale di Casapound, Gianluca Iannone, e l'assalto al Circolo Futurista; ma ci sono state anche le polemiche dell'ANPI per l'intitolazione di strade e piazze ad Almirante, le aggressioni ai ragazzi di Forza Nuova e della Fiamma Tricolore, le parole di D'Alema, presidente del COPASIR, sul ritorno degli opposti estremismi eccetera. Avevo dato, insomma, un triste vaticinio su ciò che sarebbe successo e che poi è realmente accaduto. In parole ancor più povere: ci avevo preso. "Evviva!" (Notare il sarcasmo).
Dopo le denunce, le aggressioni dei centri sociali e lo sfogo dei giornalisti sui media, non poteva mancare il contributo della concubina di palazzo. Stavolta il ruolo è toccato a Caterina Guzzanti, che durante la trasmissione "Un,due,tre: stella!", (un programma che, quando va bene, non arriva al 5% di share, pensate un po' ! ), ha iniziato ad imitare Vichi di Casapound. Si tratta di quella che, secondo la sedicente comica, è la militante-media: ignorante, ingenua, facilmente raggirabile, vittima del suo fidanzato che l'ha costretta ad iscriversi all'associazione, incapace di spiegare le inizative che propone e con la testa infarcita di frasi fatte. Un messaggio piuttosto chiaro quello la Guzzanti vuole mandare ai suoi sparuti telespettatori: i militanti della cd. "estrema destra" sono dei perfetti imbecilli e non vale neanche la pena di prenderli sul serio.
Lasciamo stare ogni commento su questa signorina. Diciamo soltanto che questa "mente eccelsa" deve davvero molto a quel gran trasformista della politica che è il paparino, il quale, forte della sue conoscenze e della sua posizione di potere, ha inserito i figlioli nei salotti televisivi e negli studi cinematografici. La "famigghia" è la "famigghia" anche per questi ammirevoli signorotti democratici!
Non è però questo che mi interessa. Mi sta molto più a cuore sottolineare come la realtà dei fatti sia molto distante da quanto la Guzzanti, i media e i politici vorrebbero farci credere. Qui siamo davanti a migliaia di ragazzi, appartengano essi a Casapound, a Forza Nuova o a qualsiasi altra associazione, partito o circolo neofascista, che hanno cominciano ad aprire gli occhi e ad interrogarsi sulla realtà che li circonda. E cosa vedono? Un Paese allo sbaraglio, senza presente né futuro, soffocato come è dalle spire del capitale bancario e finanziario, una classe politica di inetti e corrotti, un circolo di presunti intellettuali incapaci di proporre uno straccio di soluzione al disastro attuale. Piuttosto che rassegnarsi ad un oggi alle dipendenze di mamma e papà e ad un domani di miseria e disoccupazione, hanno scelto di organizzarsi per studiare un'alternativa a questo sistema di cose, ormai prossimo alla marcescenza. Così, hanno preso a modello tutti quegli uomini che, in tempi non sospetti, ci avevano messo in guardia dall'avvento del capitalismo finanziario, fossero essi Pound, Mussolini, Che Guevara, Evola, Pasolini, Ghandi, il Dalai Lama o chiunque altri vogliate, senza fare alcuna distinzione ideologica, senza badare all'etichetta politica. Si sono impossessati delle loro idee e hanno visto in esse uno spiraglio di salvezza, una tenue luce di speranza. Rassicurati dal sogno di realizzare un mondo diverso, si sono poi messi all'opera, cercando di trasformare quelle idee in azione politica, sociale ed economica. Ed allora ecco venir fuori il progetto del mutuo sociale e la riforma del sistema bancario; le richieste per l'uscita dall'Euro, dall'Unione Europea e dalla nato e per la sovranità monetaria; le battaglie per fermare l'immigrazione selvaggia e per contrastare la "precarizzazione" del lavoro; le presentazioni dei libri più disparati per far circolare idee e proposte, e i concerti e le sfide di calcio e basket per cercare di avvicinare sempre più gente.
Come biasimarli per tutto ciò? O meglio: come biasimarci, (mi ci metto anche io, sperando che nessuno si offenda!), per aver osato leggere, per aver detto: "signori, l'Italia sta morendo!", e per esserci arrischiati nel proporre alternative concrete? Non sarà mica che questo slancio vitale, questo sprizzo di gioventù e questa voglia di aria nuova, fresca e pulita vi spaventa? Non sarà che la richiesta e il desiderio di un mondo più equo e trasparente mette a repentaglio i vostri loschi affari e i vostri disgustosi privilegi? Non sarà che non sapete più come inquadrarci perché non rispondiamo più a nessuna delle vostre sterili classifazioni e, allora, cercate di deriderci e demonizzarci?
Una cosa soltanto, cari signori, mi dispiace e spesso non mi fa dormire la notte: malgrado la comunanza di vedute ed obiettivi, non riusciamo ancora ad essere una sola anima ed un sol corpo. Manca ancora un potente collante che, forse, prima o poi verrà. Allora sì che ne vedremmo delle belle; allora sì che vi resterà ben poco da sghignazzare; allora sì che verrete inchiodati alle vostre responsabilità per i vostri assurdi crimini. Attenti!
Roberto Marzola.
Dopo le denunce, le aggressioni dei centri sociali e lo sfogo dei giornalisti sui media, non poteva mancare il contributo della concubina di palazzo. Stavolta il ruolo è toccato a Caterina Guzzanti, che durante la trasmissione "Un,due,tre: stella!", (un programma che, quando va bene, non arriva al 5% di share, pensate un po' ! ), ha iniziato ad imitare Vichi di Casapound. Si tratta di quella che, secondo la sedicente comica, è la militante-media: ignorante, ingenua, facilmente raggirabile, vittima del suo fidanzato che l'ha costretta ad iscriversi all'associazione, incapace di spiegare le inizative che propone e con la testa infarcita di frasi fatte. Un messaggio piuttosto chiaro quello la Guzzanti vuole mandare ai suoi sparuti telespettatori: i militanti della cd. "estrema destra" sono dei perfetti imbecilli e non vale neanche la pena di prenderli sul serio.
Lasciamo stare ogni commento su questa signorina. Diciamo soltanto che questa "mente eccelsa" deve davvero molto a quel gran trasformista della politica che è il paparino, il quale, forte della sue conoscenze e della sua posizione di potere, ha inserito i figlioli nei salotti televisivi e negli studi cinematografici. La "famigghia" è la "famigghia" anche per questi ammirevoli signorotti democratici!
Non è però questo che mi interessa. Mi sta molto più a cuore sottolineare come la realtà dei fatti sia molto distante da quanto la Guzzanti, i media e i politici vorrebbero farci credere. Qui siamo davanti a migliaia di ragazzi, appartengano essi a Casapound, a Forza Nuova o a qualsiasi altra associazione, partito o circolo neofascista, che hanno cominciano ad aprire gli occhi e ad interrogarsi sulla realtà che li circonda. E cosa vedono? Un Paese allo sbaraglio, senza presente né futuro, soffocato come è dalle spire del capitale bancario e finanziario, una classe politica di inetti e corrotti, un circolo di presunti intellettuali incapaci di proporre uno straccio di soluzione al disastro attuale. Piuttosto che rassegnarsi ad un oggi alle dipendenze di mamma e papà e ad un domani di miseria e disoccupazione, hanno scelto di organizzarsi per studiare un'alternativa a questo sistema di cose, ormai prossimo alla marcescenza. Così, hanno preso a modello tutti quegli uomini che, in tempi non sospetti, ci avevano messo in guardia dall'avvento del capitalismo finanziario, fossero essi Pound, Mussolini, Che Guevara, Evola, Pasolini, Ghandi, il Dalai Lama o chiunque altri vogliate, senza fare alcuna distinzione ideologica, senza badare all'etichetta politica. Si sono impossessati delle loro idee e hanno visto in esse uno spiraglio di salvezza, una tenue luce di speranza. Rassicurati dal sogno di realizzare un mondo diverso, si sono poi messi all'opera, cercando di trasformare quelle idee in azione politica, sociale ed economica. Ed allora ecco venir fuori il progetto del mutuo sociale e la riforma del sistema bancario; le richieste per l'uscita dall'Euro, dall'Unione Europea e dalla nato e per la sovranità monetaria; le battaglie per fermare l'immigrazione selvaggia e per contrastare la "precarizzazione" del lavoro; le presentazioni dei libri più disparati per far circolare idee e proposte, e i concerti e le sfide di calcio e basket per cercare di avvicinare sempre più gente.
Come biasimarli per tutto ciò? O meglio: come biasimarci, (mi ci metto anche io, sperando che nessuno si offenda!), per aver osato leggere, per aver detto: "signori, l'Italia sta morendo!", e per esserci arrischiati nel proporre alternative concrete? Non sarà mica che questo slancio vitale, questo sprizzo di gioventù e questa voglia di aria nuova, fresca e pulita vi spaventa? Non sarà che la richiesta e il desiderio di un mondo più equo e trasparente mette a repentaglio i vostri loschi affari e i vostri disgustosi privilegi? Non sarà che non sapete più come inquadrarci perché non rispondiamo più a nessuna delle vostre sterili classifazioni e, allora, cercate di deriderci e demonizzarci?
Una cosa soltanto, cari signori, mi dispiace e spesso non mi fa dormire la notte: malgrado la comunanza di vedute ed obiettivi, non riusciamo ancora ad essere una sola anima ed un sol corpo. Manca ancora un potente collante che, forse, prima o poi verrà. Allora sì che ne vedremmo delle belle; allora sì che vi resterà ben poco da sghignazzare; allora sì che verrete inchiodati alle vostre responsabilità per i vostri assurdi crimini. Attenti!
Roberto Marzola.
lunedì 2 aprile 2012
FATECI LAVORARE!
In Italia, ormai, è emergenza disoccupazione. I dati dell’ISTAT sono sempre più impietosi: peggiorano di mese in mese, segno quanto mai evidente dell’assoluta inefficacia dell’operato dei tecnici. La questione è seria e complessa; ha valenza politica, sociale ed umana.
Politica perché dalla riforma del mercato del lavoro dipendono le sorti del governo Monti. Per chi non l’avesse capito, infatti, se passa la linea Fornero, probabilmente Napolitano chiederà la testa dei professori, poiché l’ampio appoggio dato a questi ultimi dal Partito Democratico sancirebbe la fine proprio del maggior partito della sinistra italiana, dato che simili misure scontentano anche e soprattutto l’elettorato di tale fazione. Un rischio che l’ex compagno, (chissà poi quanto ex!), Napolitano non è sicuramente disposto a correre.
Sociale perché, (come ho più volte detto e scritto), è l’intero apparato di sostegno delle classi meno abbienti che va a farsi fottere, vittima di un circolo vizioso: cala il lavoro, quindi diminuiscono i contribuenti; diminuendo i contributi, si depauperano le casse dello Stato che, di conseguenza, non ha più liquidità per pagare stipendi pubblici e pensioni, e per erogare servizi e ammortizzatori sociali.
Umana perché, (come ho già avvertito in un precedente articolo), stiamo assistendo ad un crescendo di “suicidi da insolvenza”, come li definì Giacinto Auriti, sulla scorta di Pound.
Eppure, il governo se ne frega, al pari dei partiti politici. E’ tutta una pagliacciata: sull’art. 18, in occasione del quale abbiamo assistito ad una manfrina tra casta e sindacati, in cui ciascuno ha condotto la sua lotta, ma nessuno in nome dei lavoratori; di recente, si è aggiunto anche l’exploit della Fornero, la quale ha fatto male i conti sui cd. “esodati”, (lavoratori di cui è stato ritardato il pensionamento proprio per le misure vagliate da Monti e soci): ne aveva contati circa 100.000, ma sono più di 325.000 (fonte). Altri uomini e donne che non sapranno cosa fare nell’immediato futuro per apparecchiare la tavola, a cui si aggiungono il 9,3% della popolazione italiana e il 31,9 % dei giovani (fonte). Un vero e proprio disastro, reso ancor più tragico dall’inasprirsi della pressione fiscale e dalla corsa al rialzo dei prezzi dei beni al consumo.
Se questo è lo scenario, è abbastanza facile prevedere un malcontento dilagante, una nuova massa di disperati: non più immigrati sbarcati da carrette del mare, ma italiani ridotti alla fame in casa propria.
E’ la mortificazione dell’uomo, inteso come essere autonomo, avente diritto all’affermazione della propria personalità, all’indipendenza economica e sociale; è la fine di un Paese e di un mondo interi. Un uomo che non è più un valore da tutelare a prescindere, ridotto come è, ormai, ad un ammasso informe di ossa, muscoli e quant’altro; un Paese ed un mondo che sono il piccolo feudo di pochi signori, liberi di fare ciò che vogliono di tutti gli altri esseri che popolano il loro regno.
Come sono lontani i tempi in cui Virgilio scriveva che “tutto vince il lavoro accanito, e fra mille disagi l’urgente miseria”, e Conrad che è grazie al lavoro che “troviamo la salutare illusione di un’esistenza indipendente dall’universo intero”; ancora: quei tempi in cui si proclamava in maniera solenne che “il lavoro, sotto tutte le sue forme organizzative ed esecutive, intellettuali, tecniche, manuali, è un dovere sociale. A questo titolo, e solo a questo titolo, è tutelato dallo Stato”, e alle proclamazioni seguivano misure di sostegno e sviluppo per il mercato del lavoro.
Insomma, poeti, scrittori, statisti ed intellettuali avevano capito che la libera esistenza dell’uomo passa dal lavoro e che lo Stato cresce se anche il lavoro e l’individuo crescono. Concetti tutto sommato semplici, ma non compresi da quei tecnici che, almeno in teoria, dovrebbero rappresentare la miglior intelligentia italica. Cosa resta, allora, di quei tempi andati? Una folla di nuovi poveri; l’ “urgente miseria” descritta da Virgilio. Una situazione su cui è lecito ragionare ed interrogarsi. Da parte mia, vi suggerisco un quesito, il primo che mi viene in mente: ma perché dobbiamo continuare a pagare i fallimenti di così tante mezze cartucce, travestite da menti eccelse? Stavolta, però, pretendo risposte.
Roberto Marzola.
giovedì 29 marzo 2012
L'ITALIA PIANGE LA SCOMPARSA DELLA PAROLA "SOCIALE"
Parliamoci chiaro: in Italia è scomparsa la parola "sociale". Molto più di un aggettivo qualunque, dato che esprime un rapporto tra il singolo e la comunità che lo circonda; una partecipazione diretta ed attiva dell'individuo in quel sistema complesso che si è soliti chiamare "società". Volendo ricorrere ad una metafora, si potrebbe paragonare la società ad un organismo vivente ed il singolo ad un organo. Un'immagine cui hanno fatto ricorso in tanti e ben più titolati di me, per parlare di "stato organico".
Se poi l'aggettivo "sociale" assume un'accezione politica, allora, il suo significato e la sua importanza crescono ulteriormente: si passa dalla partecipazione-appartenenza del singolo al ruolo dello Stato nello svolgere attività in favore degli strati meno abbienti, al fine di realizzare una migliore perequazione tra le varie componenti sociali. Una politica orientata verso questi obiettivi ha sempre contraddistinto, (almeno sulla carta!), tutte quelle correnti di pensiero che trovano la propria origine nel socialismo: Comunismo, Fascismo, Nazismo, Socialismo reale ecc. hanno cercato di affrontare la questione in maniera diretta, con un'azione politica mirata verso le classi sociali più disagiate. Il capitalismo di matrice liberale, invece, approccia alla questione in maniera mediata: sono i singoli che, crescendo, (ossia facendo profitti), creano ricchezza intorno ad essi, stimolando la crescita degli altri individui. Questioni teoriche, se vogliamo, che vanno prese direttamente dall'iperuranio in cui vivono e calate nel mondo reale. Un'operazione difficoltosa, perché mostra in maniera impietosa i fallimenti di decenni di teorizzazioni e politiche sociali. Sappiamo tutti che l'azione sociale di Nazismo e Fascismo è stata spazzata via dalla guerra, (sebbene i loro successi siano sopravvissuti ad essa); quella dei Paesi comunisti o del cd. "socialismo reale" è crollata insieme all'economia di quegli stessi Paesi; quella liberal-capitalistica, semplicemente, si è rivelata una giungla, dove il singolo individuo, più che "contagiare" gli altri, li elimina dal mercato, in una continua lotta per la sopravvivenza.
In Italia, dal dopoguerra ad oggi, le politiche sociali sono state uno dei più colossali fallimenti della repubblichetta "nata dalla resistenza". Il Paese precipita verso una povertà incontrollabile. Sempre più imprenditori medio-piccoli chiudono i battenti. Alcuni, addirittura, arrivano a gettarsi in mezzo alle fiamme; altri ad impiccarsi o, comunque, a togliersi la vita, perché sommersi da debiti che non possono pagare o da crediti che non riescono a riscuotere. Le industrie medio-grandi scappano all'estero. Ha cominciato la FIAT, andando a produrre in Serbia, Polonia e Brasile; ha continuato la OMSA che, ormai, produce stabilmente nei Paesi della Ex-Yugoslavia; tante altre hanno seguito l'esempio. I lavoratori, dal canto loro, passano sempre più tempo con le mani in mano, in attesa di un'occupazione che forse non verrà mai e di una pensione che è giusto un miraggio. I giovani o sono disoccupati oppure abbandonano il Paese, magari cercando di coronare l'ormai classico "sogno americano". Le famiglie sono ridotte sul lastrico: fanno una fatica bestiale ad arrivare a fine mese, a portare il pane in tavola. Di conseguenza, fanno sempre meno figli, anche a causa dell'impossibilità di far fronte alle spese che i pargoli solitamente comportano: pappe, passeggini, pannolini, asilo, scuola, libri eccetera. E' un Paese che muore, perché privato del proprio futuro. Non stanno messi meglio gli anziani, che vedono sparire la loro pensione tra affitto e bollette. Mangiare? Una necessità che si soddisfa magari una volta al giorno. Comprare un vestito nuovo? Un lusso insostenibile. Regalare 50 euro ai nipoti? Un ricordo d'altri tempi. La casa? Una vera e propria emergenza sociale, dato che la prima abitazione è iper-tassata e che le case popolari non vengono più costruite e, quando ci sono, vengono assegnate ai nuovi immigrati. Risultato: cresce il numero dei poveri; diminuiscono il numero e la qualità dei servizi d'assistenza.
Se dal privato, poi, ci si sposta al pubblico, non è che la situazione migliori. La sanità è al collasso, oberata come è da costi di strutture poco funzionali, ricoveri spesso inutili e dirigenti, nominati direttamente dalla politica, con stipendi principeschi. Stendiamo un velo pietoso sulla scuola. Vi dico solo che i genitori degli alunni sono costretti a fare la colletta per comprare i gessetti e la carta igienica, (non sto scherzando: è ciò che avviene, per esempio, nel mio paesuncolo, un tempo centro del famoso "triangolo d'oro della calzatura"). Vogliamo parlare delle strutture di ricovero per anziani, malati mentali e tossicodipendenti? Quasi tutte strutture private. Ammortizzatori sociali? E chi se li ricorda più! Ormai, insomma, non resta che affidarsi alle ONLUS e alle associazioni di carità cristiana o private che, nel bene o nel male, cercano di dare aiuto per le strade e nei quartieri più disagiati d'Italia, spesso distribuendo pane, pasta, latte e biscotti. Pensate come siamo messi!
Tuttavia, non è questa la cosa più deprimente, ciò che fa più male. E' ancora più doloroso e, per certi versi, irritante, notare il più completo disinteresse delle istituzioni, dei partiti politici e dei sindacati. Napolitano ha detto che "gli italiani non sono esasperati dalla crisi". Monti, invece, ha dichiarato che " il suo governo gode di ampi consensi", precisando che lo dicono i sondaggi (quali?). I partiti politici, per non sapere né leggere né scrivere, non trovano niente di meglio da fare che sedersi a banchettare con i tecnici "illuminati"; i sindacati, invece, giusto per non perdere il vizio, proclamano qualche sciopero a casaccio: quanto basta per lavarsi la coscienza.
Mi domando: ma quanto ancora deve durare questa farsa? Possibile che siamo tutti così idioti da subire passivamente quanto sta avvenendo? Vogliamo davvero morire con questa lenta agonia, giorno dopo giorno, magari di fame e stenti?
La mia paura è che il risveglio ci sarà, ma fuori tempo massimo. Rovesceremo il tavolo quando i giochi saranno già compiuti, quando i lorsignori si saranno già spartiti il bottino, e noi resteremo lì a rosicchiare le briciole. No? Dimostratemi il contrario, almeno una buona volta. Coglioni!
Roberto Marzola.
Se poi l'aggettivo "sociale" assume un'accezione politica, allora, il suo significato e la sua importanza crescono ulteriormente: si passa dalla partecipazione-appartenenza del singolo al ruolo dello Stato nello svolgere attività in favore degli strati meno abbienti, al fine di realizzare una migliore perequazione tra le varie componenti sociali. Una politica orientata verso questi obiettivi ha sempre contraddistinto, (almeno sulla carta!), tutte quelle correnti di pensiero che trovano la propria origine nel socialismo: Comunismo, Fascismo, Nazismo, Socialismo reale ecc. hanno cercato di affrontare la questione in maniera diretta, con un'azione politica mirata verso le classi sociali più disagiate. Il capitalismo di matrice liberale, invece, approccia alla questione in maniera mediata: sono i singoli che, crescendo, (ossia facendo profitti), creano ricchezza intorno ad essi, stimolando la crescita degli altri individui. Questioni teoriche, se vogliamo, che vanno prese direttamente dall'iperuranio in cui vivono e calate nel mondo reale. Un'operazione difficoltosa, perché mostra in maniera impietosa i fallimenti di decenni di teorizzazioni e politiche sociali. Sappiamo tutti che l'azione sociale di Nazismo e Fascismo è stata spazzata via dalla guerra, (sebbene i loro successi siano sopravvissuti ad essa); quella dei Paesi comunisti o del cd. "socialismo reale" è crollata insieme all'economia di quegli stessi Paesi; quella liberal-capitalistica, semplicemente, si è rivelata una giungla, dove il singolo individuo, più che "contagiare" gli altri, li elimina dal mercato, in una continua lotta per la sopravvivenza.
In Italia, dal dopoguerra ad oggi, le politiche sociali sono state uno dei più colossali fallimenti della repubblichetta "nata dalla resistenza". Il Paese precipita verso una povertà incontrollabile. Sempre più imprenditori medio-piccoli chiudono i battenti. Alcuni, addirittura, arrivano a gettarsi in mezzo alle fiamme; altri ad impiccarsi o, comunque, a togliersi la vita, perché sommersi da debiti che non possono pagare o da crediti che non riescono a riscuotere. Le industrie medio-grandi scappano all'estero. Ha cominciato la FIAT, andando a produrre in Serbia, Polonia e Brasile; ha continuato la OMSA che, ormai, produce stabilmente nei Paesi della Ex-Yugoslavia; tante altre hanno seguito l'esempio. I lavoratori, dal canto loro, passano sempre più tempo con le mani in mano, in attesa di un'occupazione che forse non verrà mai e di una pensione che è giusto un miraggio. I giovani o sono disoccupati oppure abbandonano il Paese, magari cercando di coronare l'ormai classico "sogno americano". Le famiglie sono ridotte sul lastrico: fanno una fatica bestiale ad arrivare a fine mese, a portare il pane in tavola. Di conseguenza, fanno sempre meno figli, anche a causa dell'impossibilità di far fronte alle spese che i pargoli solitamente comportano: pappe, passeggini, pannolini, asilo, scuola, libri eccetera. E' un Paese che muore, perché privato del proprio futuro. Non stanno messi meglio gli anziani, che vedono sparire la loro pensione tra affitto e bollette. Mangiare? Una necessità che si soddisfa magari una volta al giorno. Comprare un vestito nuovo? Un lusso insostenibile. Regalare 50 euro ai nipoti? Un ricordo d'altri tempi. La casa? Una vera e propria emergenza sociale, dato che la prima abitazione è iper-tassata e che le case popolari non vengono più costruite e, quando ci sono, vengono assegnate ai nuovi immigrati. Risultato: cresce il numero dei poveri; diminuiscono il numero e la qualità dei servizi d'assistenza.
Se dal privato, poi, ci si sposta al pubblico, non è che la situazione migliori. La sanità è al collasso, oberata come è da costi di strutture poco funzionali, ricoveri spesso inutili e dirigenti, nominati direttamente dalla politica, con stipendi principeschi. Stendiamo un velo pietoso sulla scuola. Vi dico solo che i genitori degli alunni sono costretti a fare la colletta per comprare i gessetti e la carta igienica, (non sto scherzando: è ciò che avviene, per esempio, nel mio paesuncolo, un tempo centro del famoso "triangolo d'oro della calzatura"). Vogliamo parlare delle strutture di ricovero per anziani, malati mentali e tossicodipendenti? Quasi tutte strutture private. Ammortizzatori sociali? E chi se li ricorda più! Ormai, insomma, non resta che affidarsi alle ONLUS e alle associazioni di carità cristiana o private che, nel bene o nel male, cercano di dare aiuto per le strade e nei quartieri più disagiati d'Italia, spesso distribuendo pane, pasta, latte e biscotti. Pensate come siamo messi!
Tuttavia, non è questa la cosa più deprimente, ciò che fa più male. E' ancora più doloroso e, per certi versi, irritante, notare il più completo disinteresse delle istituzioni, dei partiti politici e dei sindacati. Napolitano ha detto che "gli italiani non sono esasperati dalla crisi". Monti, invece, ha dichiarato che " il suo governo gode di ampi consensi", precisando che lo dicono i sondaggi (quali?). I partiti politici, per non sapere né leggere né scrivere, non trovano niente di meglio da fare che sedersi a banchettare con i tecnici "illuminati"; i sindacati, invece, giusto per non perdere il vizio, proclamano qualche sciopero a casaccio: quanto basta per lavarsi la coscienza.
Mi domando: ma quanto ancora deve durare questa farsa? Possibile che siamo tutti così idioti da subire passivamente quanto sta avvenendo? Vogliamo davvero morire con questa lenta agonia, giorno dopo giorno, magari di fame e stenti?
La mia paura è che il risveglio ci sarà, ma fuori tempo massimo. Rovesceremo il tavolo quando i giochi saranno già compiuti, quando i lorsignori si saranno già spartiti il bottino, e noi resteremo lì a rosicchiare le briciole. No? Dimostratemi il contrario, almeno una buona volta. Coglioni!
Roberto Marzola.
domenica 25 marzo 2012
E' REATO CHIEDERE LE DIMISSIONI DI MONTI?
Ma quanto ci vorrà per capire che stiamo vivendo una situazione politica anormale e, per certi versi, paradossale? Stavolta mi riferisco non tanto e non solo al fatto che abbiamo un esecutivo non eletto, bensì imposto e che se ne è fregato degli italiani, del parlamento e dei sindacati. No, mi riferisco a ben altra circostanza: normalmente, quando un esecutivo non riesce a raggiungere gli obiettivi per cui è stato eletto, viene caldamente invitato a togliere le tende per tornarsene a casa. A maggior ragione, una squadra di governo che sia priva dell'appoggio popolare dovrebbe sgomberare il campo ancor prima, se fa fiasco.
Ora, è innegabile che il governo del professore Mario Monti sia un flop totale. Lo dicono i numeri; lo affermano gli istituti preposti a monitorare l'economia italiana. Così, l'ISTAT ha detto expressis verbis che l'Italia è in recessione tecnica. Queste le parole del presidente dell'istituto di statistica, Enrico Giovannini: "(il PIL) nel quarto trimestre è sceso dello 0,7 rispetto al trimestre precedente. E rispetto al quarto trimestre del 2010, il calo è dello 0,4% .Poche storie: il paese è in recessione. Per due trimestri consecutivi, infatti, il Pil ha registrato un calo congiunturale e questo, secondo la statistica, determina quindi una recessione" (fonte).Gli hanno fatto eco Federconsumatori e Adusbef, le quali registrano forti contrazioni nei consumi delle famiglie (idem). Stando a quanto riporta "Il Giornale", poi, gli investitori stranieri avrebbero disinvestito oltre 58miliardi di euro di titoli italiani (fonte). Dulcis in fundo, la Confcommercio rileva una pressione fiscale pari al 55% -record mondiale!-, PIL in calo dell'1,3%, consumi ai minimi da 19 anni a questa parte e Paese che, in generale, torna indietro di 14 anni (fonte).
Mi pare che le cifre lascino poco spazio per la difesa di Monti e della sua squadra. Mi spiace, ma i tecnici non si sono rivelati all'altezza del compito che è stato loro assegnato; hanno fallito, dunque se ne devono andare. A me sembra una conclusione logica, scontata, al limite del banale; eppure nessuno dice nulla. Tutto tace. Nel tombale silenzio che ingloba la scena, allora, il compito di dar loro il ben servito, visto che i partiti fanno orecchie da mercante e Napolitano pensa già alla sua pensione d'oro, può toccare solo a noi italiani. Mi sorge solo una domanda: basterà fare pressioni per chiedere le elezioni subito, o bisognerà iniziare a marciare in direzione Roma? Fatemi sapere la vostra. Io, nel frattempo, vi anticipo la mia: ho una certa voglia di camminare...
Roberto Marzola.
Ora, è innegabile che il governo del professore Mario Monti sia un flop totale. Lo dicono i numeri; lo affermano gli istituti preposti a monitorare l'economia italiana. Così, l'ISTAT ha detto expressis verbis che l'Italia è in recessione tecnica. Queste le parole del presidente dell'istituto di statistica, Enrico Giovannini: "(il PIL) nel quarto trimestre è sceso dello 0,7 rispetto al trimestre precedente. E rispetto al quarto trimestre del 2010, il calo è dello 0,4% .Poche storie: il paese è in recessione. Per due trimestri consecutivi, infatti, il Pil ha registrato un calo congiunturale e questo, secondo la statistica, determina quindi una recessione" (fonte).Gli hanno fatto eco Federconsumatori e Adusbef, le quali registrano forti contrazioni nei consumi delle famiglie (idem). Stando a quanto riporta "Il Giornale", poi, gli investitori stranieri avrebbero disinvestito oltre 58miliardi di euro di titoli italiani (fonte). Dulcis in fundo, la Confcommercio rileva una pressione fiscale pari al 55% -record mondiale!-, PIL in calo dell'1,3%, consumi ai minimi da 19 anni a questa parte e Paese che, in generale, torna indietro di 14 anni (fonte).
Mi pare che le cifre lascino poco spazio per la difesa di Monti e della sua squadra. Mi spiace, ma i tecnici non si sono rivelati all'altezza del compito che è stato loro assegnato; hanno fallito, dunque se ne devono andare. A me sembra una conclusione logica, scontata, al limite del banale; eppure nessuno dice nulla. Tutto tace. Nel tombale silenzio che ingloba la scena, allora, il compito di dar loro il ben servito, visto che i partiti fanno orecchie da mercante e Napolitano pensa già alla sua pensione d'oro, può toccare solo a noi italiani. Mi sorge solo una domanda: basterà fare pressioni per chiedere le elezioni subito, o bisognerà iniziare a marciare in direzione Roma? Fatemi sapere la vostra. Io, nel frattempo, vi anticipo la mia: ho una certa voglia di camminare...
Roberto Marzola.
mercoledì 21 marzo 2012
ESISTE UNA SOLA FAMIGLIA: QUELLA TRADIZIONALE!
Prima di esprimermi, devo fare una premessa, (per quello che può valere): non sono “omofobico”, come va di moda dire ora. Lo dico per tagliare le gambe ai signori che occupano il 90 e più percento dei media, ai feudatari dell'opinione pubblica, ai tiranni della morale. Insomma, a tutta quella gente che pretende di affibbiare, spesso in maniera assolutamente gratuita, sterili etichette, nonché di imporre ragionamenti a compartimenti stagni, in base ai quali "siccome sei questo, allora devi essere per forza anche quest'altro", senza che sia possibile obiettare alcunché. Voglio metterli a tacere perché è comodo e vigliacco creare mostri per cercare di nascondere la pochezza delle proprie idee e la propria intolleranza. Un giochino che ha funzionato per troppo tempo e che deve finire.
Sgomberato il campo da possibili equivoci, posso finalmente iniziare. E comincio dicendo che ormai il matrimonio tra omosessuali è cosa fatta. Gli hanno spianato la strada il Parlamento europeo prima e la magistratura poi. Nel giro di qualche anno assisteremo ai matrimoni con due frak o con due abiti bianchi. Lo impone il mito dei "diritti uguali per tutti". Diritti: sempre e solo diritti. E' facile e d'impatto parlare di “diritti”. "Diritti" è una parola che fa godere l'udito; parlare di doveri, invece, fa storcere il naso. Eppure bisogna farlo, perché persino un qualsiasi deficiente che abbia un qualche rudimento di diritto di famiglia, (a cominciare dal sottoscritto), o che abbia sfogliato il codice civile, sa benissimo che il matrimonio comporta diritti e doveri. Lo dice l'art. 143: "Con il matrimonio il marito e la moglie acquistano gli stessi diritti e assumono i medesimi doveri". Poi chiarisce quali siano questi doveri: "Dal matrimonio deriva l’obbligo alla fedeltà, all’assistenza morale e materiale, alla collaborazione nell’interesse della famiglia e alla coabitazione. Entrambi i coniugi sono tenuti, ciascuno in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale o casalingo, a contribuire ai bisogni della famiglia". L'art. 147, quindi, indica i doveri verso i figli: " Il matrimonio impone ad ambedue i coniugi l'obbligo di mantenere, istruire ed educare la prole tenendo conto delle capacità, dell'inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli ". Doveri che la legge pone per garantire, proprio attraverso il matrimonio, la creazione di una famiglia; quella stessa famiglia che l'art. 29 della Costituzione definisce e riconosce come "società naturale fondata sul matrimonio", ossia come unione di persone di sesso opposto che si uniscono, magari per generare uno o più figli. Alla famiglia, poi, si applicano tutta una serie di altre norme, a cominciare dalle norme tributarie che consentono di alleggerire il carico fiscale dei coniugi.
A questo serve il matrimonio: a creare dei figli, a donare un futuro al Paese e al mondo, a generare vita, a dare continuità umana ed ideale. In quest’ottica si giustificano tutte le tutele poste a presidio del matrimonio, molte delle quali riguardano proprio i figli. Così si spiegano le norme ereditarie, che garantiscono il coniuge ed i figli, (lasciando peraltro impregiudicata la possibilità di destinare la quota disponibile a chiunque desideri il de cuius, nonché quella di trasferire beni per via contrattuale, ragion per cui, le coppie omosessuali potrebbero praticare proprio questa strada). Allo stesso modo si legittimano gli sgravi fiscali.
Per quale ragione, dunque, dovremmo snaturare l’istituto del matrimonio, consentendo l’accesso anche alle coppie omosessuali, che si differenziano da quelle eterosessuali per il fatto, (decisamente non trascurabile!), che sono incapaci di mettere al mondo dei figli e, quindi, non possono godere della ragione principale di così tanti istituti di favore? Sarebbe un abominio, un’assurdità etica e logica: etica perché porrebbe in secondo piano la tutela della vita, soppiantata dal desiderio di emancipazione di una minoranza; logica perché verrebbe contraddetto il principio di proporzionalità, (insito nell’art.3 della Costituzione), secondo cui situazioni uguali devono trattarsi in maniera uguale, e situazioni differenti, devono trattarsi in maniera differente.
Ma vi è di più: si annullerebbe la stessa differenza tra uomo e donna; tutto si appiattirebbe sulla smisurata considerazione di un essere androgino che dà più importanza alla denuncia dei redditi e alle successioni testamentarie che ai bambini. Lo dico senza cattiveria! Pensateci: se si ammettesse la reversibilità della pensione per il partner omosessuale, lo scarico fiscale e tutto il resto, di quante e quali misure di sostegno potranno beneficiare le coppie con figli a carico? Assegni sempre più risicati, deduzioni sempre minori. Questo è, purtroppo.
Finiamola, dunque, con questa autentica follia. Non diamola vinta a chi vuole semplicemente il riconoscimento di uno status fine a sé stesso; non tolleriamo che una sparuta minoranza, (amplificata da una casta di tromboni moralisti e moraleggianti), possa imporre le sue egoistiche convinzioni; non permettiamo a certi signori di fare della sessualità e dell’amore una questione di mercato. Già, perché c’è anche questo da dire: l’omosessualità è spesso espressione di una sessualità mercificata, un mezzo per attrarre consumatori e per vendere beni di consumo. Invece, amore e sesso dovrebbero significare anche e soprattutto vita. Occupiamoci della famiglia, messa a repentaglio dalla crisi economica, della natalità che rasenta lo zero, dell’istruzione dei bambini e della loro educazione: questi sono i veri bisogni del Paese. Lasciamo gli omosessuali liberi di vivere la loro vita, di innamorarsi, di convivere, di viaggiare insieme al proprio partner, di uscire a cena fuori e di fare qualunque altra cosa vogliano. Una sola preghiera rivolgo a questi ultimi: siate voi stessi e fieri di essere ciò che siete, senza esibizioni e, soprattutto, senza “usurpare”il ruolo di nessuno. Credo sia questo il miglior riconoscimento; questa la più grande “battaglia di civiltà”.
Roberto Marzola.
martedì 13 marzo 2012
I "DIRITTI UMANI" E ISRAELE VOGLIONO CANCELLARE DANTE
Esattamente un anno fa nasceva questo blog. Molte cose sono cambiate nel corso di questi 365 giorni: c'è stato l'avvicendamento (coatto?) Berlusconi-Monti; è sbocciata la cd. "primavera araba" ed è scoppiata la guerra in Libia; la crisi economica si è accentuata; il prezzo dei carburanti ha toccato quotazioni stellari e così via.
Pensavo di averle viste tutte, invece mi tocca ammettere che è vero quel popolare proverbio per cui: "al peggio non c'è mai limite". Difatti, mai e poi mai mi sarei aspettato che sarebbero tornati l'Inquisizione e l'Index Librorum Prohibitorum, sebbene di matrice giudaica, non cristiana. Come avrete già capito, mi riferisco a quanto dato in pasto ai giornali da «Gherush92», "organizzazione di ricercatori e professionisti che gode dello status di consulente speciale con il Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite e che svolge progetti di educazione allo sviluppo, diritti umani, risoluzione dei conflitti" (così si auto-definiscono). Secondo questi intellettualoni, l'opera magna dell'Alighieri dovrebbe sparire dalle scuole italiane, giacché farcita di convinzioni antisemite e anti-islamiche. A causa dello studio dei cento canti, composti da terzine in volgare e che rappresentano la summa di tutta la cultura medioevale, gli studenti italiani "sono costretti, senza filtri e spiegazioni, ad apprezzare un'opera che calunnia il popolo ebraico, imparano a convalidarne il messaggio di condanna antisemita, reiterato ancora oggi nelle messe, nelle omelie, nei sermoni e nelle prediche e costato al popolo ebraico dolori e lutti".
Affermazioni gravi, prive di qualsivoglia fondamento, che non possono essere intese come semplici opinioni di un gruppo di sedicenti intellettuali al soldo delle Nazioni Unite. A mio avviso, c'è molto di più: è la "soluzione finale" che inizia. Dopo averci costretti a rinunciare alla sovranità politica, economica e monetaria, ad accettare l'immigrazione e l'integrazione e, dulcis in fundo, ad ammainare la bandiera italiana e tutto ciò che rappresenta, i portavoce delle organizzazioni umanitarie con sede negli U.S.A. cominciano a bombardare ciò che resta della nostra identità. La "Divina Commedia", infatti, non è solo una straordinaria opera letteraria, di un valore artistico incommensurabile ed universale; è anche un fenomeno patriottico ed identitario. E' il simbolo della cultura e della lingua italiana, del nascente desiderio unitario, dell'aspirazione a scoprirsi popolo attorno a dei valori comuni, (allora rappresentati dal Cattolicesimo), quali la fede, la ragione, l'amore, il sacrificio, l'attaccamento alla città e al Paese d'origine, e via discorrendo. Valori che, evidentemente, sono d'intralcio alla conquista del potere da parte di quella minoranza che parla per il tramite di questi professorini. Una sparuta masnada di facoltosissimi, che non si accontenta di piegare i mercati a proprio piacimento, di costringere gli Stati ad accettare precise direttive economico-finanziarie, di imporre agli eserciti di bombardare la Palestina, la Siria e la Libia, di scrivere la storia a proprio piacimento, di illudere e schiavizzare le masse con le idee fasulle della "democrazia" e del "libero mercato"; ora vuole di più e pretende un maggior indottrinamento, un lavaggio del cervello ancor più massiccio, l'annientamento delle opinioni critiche, il rogo dei libri. Delitti ben più gravi di quelli che rimproverano al Nazismo, allo Stalinismo e ai Talebani, dei quali puntualmente rievocano l'immagine per legittimare le proprie malefatte.
Sappiamo reagire, allora, a questo attentato a ciò che siamo stati, a ciò che siamo e a ciò che saremo. Non permettiamo che la nostra identità, la nostra anima e la nostra essenza vengano infangate e spazzate via da certi loschi figuri. Facciamo di Dante e della "Divina Commedia" la nostra bandiera da innalzare al vento. Insegnamola ai nostri ragazzi. Facciamogliela imparare a memoria. Puntiamo sulla bellezza della poesia e sul genio artistico di Dante per combattere questi schifosi portatori di sudici interessi materiali. Facciamo sentire forte le nostre parole d'indignazione e manifestiamo in maniera inequivocabile il nostro proposito di non tollerare più certi affronti da parte dei figli d'Israele e dei loro servitori. Dimostriamo di essere degni italiani, degni europei; ficchiamogli bene in testa che la nostra cultura e la nostra Tradizione non sono in vendita. Per fare questo, però, dobbiamo dimostrare prima di tutto di essere Uomini. Proprio come ammonì Dante, allorché disse nel Paradiso: "uomini siate, e non pecore matte, sì che 'l Giudeo di voi tra voi non rida!". Facciamogli passare la voglia di ridere...
Roberto Marzola.
Pensavo di averle viste tutte, invece mi tocca ammettere che è vero quel popolare proverbio per cui: "al peggio non c'è mai limite". Difatti, mai e poi mai mi sarei aspettato che sarebbero tornati l'Inquisizione e l'Index Librorum Prohibitorum, sebbene di matrice giudaica, non cristiana. Come avrete già capito, mi riferisco a quanto dato in pasto ai giornali da «Gherush92», "organizzazione di ricercatori e professionisti che gode dello status di consulente speciale con il Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite e che svolge progetti di educazione allo sviluppo, diritti umani, risoluzione dei conflitti" (così si auto-definiscono). Secondo questi intellettualoni, l'opera magna dell'Alighieri dovrebbe sparire dalle scuole italiane, giacché farcita di convinzioni antisemite e anti-islamiche. A causa dello studio dei cento canti, composti da terzine in volgare e che rappresentano la summa di tutta la cultura medioevale, gli studenti italiani "sono costretti, senza filtri e spiegazioni, ad apprezzare un'opera che calunnia il popolo ebraico, imparano a convalidarne il messaggio di condanna antisemita, reiterato ancora oggi nelle messe, nelle omelie, nei sermoni e nelle prediche e costato al popolo ebraico dolori e lutti".
Affermazioni gravi, prive di qualsivoglia fondamento, che non possono essere intese come semplici opinioni di un gruppo di sedicenti intellettuali al soldo delle Nazioni Unite. A mio avviso, c'è molto di più: è la "soluzione finale" che inizia. Dopo averci costretti a rinunciare alla sovranità politica, economica e monetaria, ad accettare l'immigrazione e l'integrazione e, dulcis in fundo, ad ammainare la bandiera italiana e tutto ciò che rappresenta, i portavoce delle organizzazioni umanitarie con sede negli U.S.A. cominciano a bombardare ciò che resta della nostra identità. La "Divina Commedia", infatti, non è solo una straordinaria opera letteraria, di un valore artistico incommensurabile ed universale; è anche un fenomeno patriottico ed identitario. E' il simbolo della cultura e della lingua italiana, del nascente desiderio unitario, dell'aspirazione a scoprirsi popolo attorno a dei valori comuni, (allora rappresentati dal Cattolicesimo), quali la fede, la ragione, l'amore, il sacrificio, l'attaccamento alla città e al Paese d'origine, e via discorrendo. Valori che, evidentemente, sono d'intralcio alla conquista del potere da parte di quella minoranza che parla per il tramite di questi professorini. Una sparuta masnada di facoltosissimi, che non si accontenta di piegare i mercati a proprio piacimento, di costringere gli Stati ad accettare precise direttive economico-finanziarie, di imporre agli eserciti di bombardare la Palestina, la Siria e la Libia, di scrivere la storia a proprio piacimento, di illudere e schiavizzare le masse con le idee fasulle della "democrazia" e del "libero mercato"; ora vuole di più e pretende un maggior indottrinamento, un lavaggio del cervello ancor più massiccio, l'annientamento delle opinioni critiche, il rogo dei libri. Delitti ben più gravi di quelli che rimproverano al Nazismo, allo Stalinismo e ai Talebani, dei quali puntualmente rievocano l'immagine per legittimare le proprie malefatte.
Sappiamo reagire, allora, a questo attentato a ciò che siamo stati, a ciò che siamo e a ciò che saremo. Non permettiamo che la nostra identità, la nostra anima e la nostra essenza vengano infangate e spazzate via da certi loschi figuri. Facciamo di Dante e della "Divina Commedia" la nostra bandiera da innalzare al vento. Insegnamola ai nostri ragazzi. Facciamogliela imparare a memoria. Puntiamo sulla bellezza della poesia e sul genio artistico di Dante per combattere questi schifosi portatori di sudici interessi materiali. Facciamo sentire forte le nostre parole d'indignazione e manifestiamo in maniera inequivocabile il nostro proposito di non tollerare più certi affronti da parte dei figli d'Israele e dei loro servitori. Dimostriamo di essere degni italiani, degni europei; ficchiamogli bene in testa che la nostra cultura e la nostra Tradizione non sono in vendita. Per fare questo, però, dobbiamo dimostrare prima di tutto di essere Uomini. Proprio come ammonì Dante, allorché disse nel Paradiso: "uomini siate, e non pecore matte, sì che 'l Giudeo di voi tra voi non rida!". Facciamogli passare la voglia di ridere...
Roberto Marzola.
domenica 11 marzo 2012
DAI MARO' ALLA NIGERIA: IMPOTENZA ITALIA
Come al solito, quando ho la mente sgombera cinque minuti, provo a ragionare su ciò che accade intorno a me. Poco fa riflettevo sulle tristissime vicende dei due nostri Marò prigionieri in India, su Lamolinara, caduto in Nigeria durante il blitz inglese, e su Rossella Urru, ancora nelle mani dei sequestratori. Vicende tristi e dolorose, rese ancor più amare e difficili da digerire da una constatazione praticamente doverosa: l'Italia è affetta da impotenza sul piano internazionale. E' incapace di affrontare i grandi palcoscenici. Non emerge tra gli altri interpreti, bensì li subisce. Lo avevamo intuito durante l'emergenza sbarchi a Lampedusa, al tempo della guerra in Libia; lo abbiamo ben capito oggi, alla luce di questi eventi. Ora la domanda da farsi è: perché?
Non è facile rispondere. E' facile solo sorridere in maniera sprezzante e canzonatoria a chi dice: "è tutta colpa di Berlusconi, delle sue barzellette" eccetera. Vorrei proprio sapere dove ha vissuto fino all'altro ieri questa folla di teste..."pensanti". Non mi pare che prima dell'avvento del Cavaliere avessimo questo grande peso internazionale, almeno dalla fine della Seconda Guerra in poi, (prima, infatti, lo scenario era un po' diverso, dato che l'Italia aveva un ruolo attivo nel salvaguardare gli equilibri esistenti sullo scacchiere europeo preesistente agli eventi bellici). Dalla conferenza di pace di Parigi in avanti, è stato un continuo subire ordini ed ingerenze: l'ingresso coatto nella NATO, la partecipazione obbligata alle cd. "missioni di pace", i giochi di potere orchestrati dai servizi segreti, (vedi la strage alla stazione di Bologna), le basi militari sul nostro territorio, i morti che abbiamo dovuto piangere senza poter nemmeno far giustizia, (e non mi riferisco solo ai soldati italiani caduti nelle operazioni belliche internazionali, ma anche alla strage del Cermis), e così via. Secondo me, la spiegazione di questa vera e propria disfunzione, o almeno buona parte di essa, poggia proprio su questi fatti, come ho più volte detto e scritto. Siamo un Paese che da ormai 70 anni ha una sovranità politica limitata. Anzi, con il continuo accrescimento di competenze in capo alle istitutzioni europee, ormai siamo liberi di definire praticamente soltanto i regolamenti per caccia, pesca e bocciofile. I nostri politicanti sono dei semplici esecutori di volontà altrui, vili passacarte distanti anni luce dai bisogni e dai desideri del popolo. Una condizione patologica che si è ulteriormente aggravata con il governo attuale, composto da ubbidienti schiavetti al servizio di quella finanza che controlla l'andamento dei mercati e delle banche, i quali sono riusciti ad ammansire ancor di più, (e non che ne sentissimo la necessità!), i partiti politici, ridotti oggi più che mai ad un'accozzaglia di gente tanto inetta quanto privilegiata.
Un vero e proprio disastro. Vi e mi chiederete quali possano essere le soluzioni. Io mi azzardo nel dire ancora una volta che sarebbe opportuno ed auspicabile recedere da tutti quei trattati che hanno ridotto in catene la nostra Italia, obbligandoci a far parte di organismi deleteri: NATO e U.E. in primis. Sarebbe solo l'inizio, il primo passo per riconquistare almeno la possibilità di poter decidere. Tuttavia, per far questo, occorrerebbe una classa politica coraggiosa e che possa definirsi tale. E chi può essere all'altezza di un simile compito? I vari Fini, Casini, Bersani, Vendola e compagnia? Ma per favore, siamo seri! Ecco, dunque, manifestarsi prepotentemente la necessità di un repulisti come Dio comanda; una pulizia che deve cominciare dal basso, nei comuni e nelle sedi di partito di città e paesi. Fate fuori, (ovviamente in senso metaforico!), tutti gli indegni ed i lecchini; rottamate queste oscenità che si fregiano della dizione di "partito politico"; prendete scopa e paletta in mano: da domani si deve cominciare a far pulizia. Italiani, corciatevi le maniche: è tempo di portare fuori la spazzatura!
Roberto Marzola.
Non è facile rispondere. E' facile solo sorridere in maniera sprezzante e canzonatoria a chi dice: "è tutta colpa di Berlusconi, delle sue barzellette" eccetera. Vorrei proprio sapere dove ha vissuto fino all'altro ieri questa folla di teste..."pensanti". Non mi pare che prima dell'avvento del Cavaliere avessimo questo grande peso internazionale, almeno dalla fine della Seconda Guerra in poi, (prima, infatti, lo scenario era un po' diverso, dato che l'Italia aveva un ruolo attivo nel salvaguardare gli equilibri esistenti sullo scacchiere europeo preesistente agli eventi bellici). Dalla conferenza di pace di Parigi in avanti, è stato un continuo subire ordini ed ingerenze: l'ingresso coatto nella NATO, la partecipazione obbligata alle cd. "missioni di pace", i giochi di potere orchestrati dai servizi segreti, (vedi la strage alla stazione di Bologna), le basi militari sul nostro territorio, i morti che abbiamo dovuto piangere senza poter nemmeno far giustizia, (e non mi riferisco solo ai soldati italiani caduti nelle operazioni belliche internazionali, ma anche alla strage del Cermis), e così via. Secondo me, la spiegazione di questa vera e propria disfunzione, o almeno buona parte di essa, poggia proprio su questi fatti, come ho più volte detto e scritto. Siamo un Paese che da ormai 70 anni ha una sovranità politica limitata. Anzi, con il continuo accrescimento di competenze in capo alle istitutzioni europee, ormai siamo liberi di definire praticamente soltanto i regolamenti per caccia, pesca e bocciofile. I nostri politicanti sono dei semplici esecutori di volontà altrui, vili passacarte distanti anni luce dai bisogni e dai desideri del popolo. Una condizione patologica che si è ulteriormente aggravata con il governo attuale, composto da ubbidienti schiavetti al servizio di quella finanza che controlla l'andamento dei mercati e delle banche, i quali sono riusciti ad ammansire ancor di più, (e non che ne sentissimo la necessità!), i partiti politici, ridotti oggi più che mai ad un'accozzaglia di gente tanto inetta quanto privilegiata.
Un vero e proprio disastro. Vi e mi chiederete quali possano essere le soluzioni. Io mi azzardo nel dire ancora una volta che sarebbe opportuno ed auspicabile recedere da tutti quei trattati che hanno ridotto in catene la nostra Italia, obbligandoci a far parte di organismi deleteri: NATO e U.E. in primis. Sarebbe solo l'inizio, il primo passo per riconquistare almeno la possibilità di poter decidere. Tuttavia, per far questo, occorrerebbe una classa politica coraggiosa e che possa definirsi tale. E chi può essere all'altezza di un simile compito? I vari Fini, Casini, Bersani, Vendola e compagnia? Ma per favore, siamo seri! Ecco, dunque, manifestarsi prepotentemente la necessità di un repulisti come Dio comanda; una pulizia che deve cominciare dal basso, nei comuni e nelle sedi di partito di città e paesi. Fate fuori, (ovviamente in senso metaforico!), tutti gli indegni ed i lecchini; rottamate queste oscenità che si fregiano della dizione di "partito politico"; prendete scopa e paletta in mano: da domani si deve cominciare a far pulizia. Italiani, corciatevi le maniche: è tempo di portare fuori la spazzatura!
Roberto Marzola.
martedì 6 marzo 2012
E SE IL NOSTRO FUTURO FOSSE EURASIATICO?
E' da un po' che cerco di familiarizzare questo termine: EURASIA. L'ho sentito molte volte e ci ragiono sopra da qualche tempo o, almeno, ci provo. E' un'espressione con una portata vasta, praticamente sconfinata, come il territorio che descrive: una porzione di mondo bagnata da ben tre oceani, che ospita migliaia di etnie diverse, ciascuna con la propria lingua, la propria cultura, la propria religione e le proprie tradizioni. Una circostanza questa che ti porta a chiederti: ma è davvero possibile vedere una forma di ordine, di armonia e di coesistenza in questo universo ?
La prima risposta è un secco "no". Se c'è una cosa che la storia dell'umanità ha insegnato è che le convivenze tra popoli assai diversi hanno breve vita e, talvolta, danno luogo allo scontro violento. Basterebbe prendere in considerazione per un attimo le guerre etniche che sconvolgono ancora oggi l'Africa, o la questione israeliano-palestinese, oppure i conflitti nei balcani. Pagine di storia che lanciano un chiaro monito: ciascun popolo ha bisogno di uno spazio di vita autonomo, lontano da interferenze e condizionamenti stranieri; ciascuna etnia è un universo a sé.
Questo è ciò che dovrebbe avvenire in condizioni "normali".
Tuttavia, la situazione globale odierna è ben lontana dall'essere "normale". Da tempo cerco di avvertire dei pericoli che derivano dal capitalismo sfrenato, vera e propria arma di assoggettamento dei popoli, manovrata sapientemente e diabolicamente da un manipolo di pochi illuminati. Ed è proprio per contrastare questo pericolo imminente che pensavo a quel termine, a quella parola: EURASIA. Potrebbe essere proprio l'unione dell'anima europea e di quella asiatica ad accendere la scintilla della rivolta contro la dittatura finanziaria, contro l'impero economico voluto e creato dagli usurai. Ovviamente, mi riferisco all'anima nobile e antica dell'Europa, (di cui ho scritto più volte), e dell'Asia. Riguardo quest'ultima, alludo, ovviamente, ai monasteri buddhisti tibetani,ai templi induisti e shintoisti, ai piccoli villaggi sulle alture cinesi o mongole , così come alle tribù sparse nella Siberia, in cui la gente vive secondo regole antiche, scandite dalle tradizioni e dal ritmo delle stagioni; non certo alla Shangai, alla Tokio o alla Singapore contaminate dalla frenesia moderna, dalle sete di facili, ingiusti e spropositati guadagni e dal delirio materialista.
Potrebbe essere, insomma, proprio schierando sul campo di battaglia questa comune volontà di resistere alla tirannide del mercato e della finanza, nonché alla minaccia delle "missioni di pace", la scintilla per il cambiamento, l'inizio della rivolta contro questo mondo moderno, voluto dalla cloaca massonico-finanziaria; l'intento di dar vita ad un mondo più equo, rispettoso dell'uomo e della natura, costituirebbe il motivo per cui farlo; la valorizzazione delle nostre tradizioni, la scelta di un diverso tipo di economia e di un modo differente di vivere, sarebbero le armi con cui combattere questa santa guerra.
E se volessimo, infine, trovare un simbolo per questa nuova fase della storia presente e futura, costui potrebbe essere Aleksandr Solženicyn: un giovane russo che con la sua voce ha fatto conoscere al mondo intero la barbarie stalinista; un premio nobel che ha condannato davanti a tutti il diabolico "materialismo d'occidente"; un uomo che, seppur conosciuto in ogni angolo del pianeta, scelse di vivere il resto della sua vita nella solitudine e nella meraviglia dei boschi della Russia in cui era nato.
Chissà che mondo sarebbe quello in cui il logos di Platone e le giuste leggi di Giustiniano incontrano gli insegnamenti del Buddha e i principi del confucianesimo nei verdeggianti boschi della Russia di Solženicyn?
Roberto Marzola.
La prima risposta è un secco "no". Se c'è una cosa che la storia dell'umanità ha insegnato è che le convivenze tra popoli assai diversi hanno breve vita e, talvolta, danno luogo allo scontro violento. Basterebbe prendere in considerazione per un attimo le guerre etniche che sconvolgono ancora oggi l'Africa, o la questione israeliano-palestinese, oppure i conflitti nei balcani. Pagine di storia che lanciano un chiaro monito: ciascun popolo ha bisogno di uno spazio di vita autonomo, lontano da interferenze e condizionamenti stranieri; ciascuna etnia è un universo a sé.
Questo è ciò che dovrebbe avvenire in condizioni "normali".
Tuttavia, la situazione globale odierna è ben lontana dall'essere "normale". Da tempo cerco di avvertire dei pericoli che derivano dal capitalismo sfrenato, vera e propria arma di assoggettamento dei popoli, manovrata sapientemente e diabolicamente da un manipolo di pochi illuminati. Ed è proprio per contrastare questo pericolo imminente che pensavo a quel termine, a quella parola: EURASIA. Potrebbe essere proprio l'unione dell'anima europea e di quella asiatica ad accendere la scintilla della rivolta contro la dittatura finanziaria, contro l'impero economico voluto e creato dagli usurai. Ovviamente, mi riferisco all'anima nobile e antica dell'Europa, (di cui ho scritto più volte), e dell'Asia. Riguardo quest'ultima, alludo, ovviamente, ai monasteri buddhisti tibetani,ai templi induisti e shintoisti, ai piccoli villaggi sulle alture cinesi o mongole , così come alle tribù sparse nella Siberia, in cui la gente vive secondo regole antiche, scandite dalle tradizioni e dal ritmo delle stagioni; non certo alla Shangai, alla Tokio o alla Singapore contaminate dalla frenesia moderna, dalle sete di facili, ingiusti e spropositati guadagni e dal delirio materialista.
Potrebbe essere, insomma, proprio schierando sul campo di battaglia questa comune volontà di resistere alla tirannide del mercato e della finanza, nonché alla minaccia delle "missioni di pace", la scintilla per il cambiamento, l'inizio della rivolta contro questo mondo moderno, voluto dalla cloaca massonico-finanziaria; l'intento di dar vita ad un mondo più equo, rispettoso dell'uomo e della natura, costituirebbe il motivo per cui farlo; la valorizzazione delle nostre tradizioni, la scelta di un diverso tipo di economia e di un modo differente di vivere, sarebbero le armi con cui combattere questa santa guerra.
E se volessimo, infine, trovare un simbolo per questa nuova fase della storia presente e futura, costui potrebbe essere Aleksandr Solženicyn: un giovane russo che con la sua voce ha fatto conoscere al mondo intero la barbarie stalinista; un premio nobel che ha condannato davanti a tutti il diabolico "materialismo d'occidente"; un uomo che, seppur conosciuto in ogni angolo del pianeta, scelse di vivere il resto della sua vita nella solitudine e nella meraviglia dei boschi della Russia in cui era nato.
Chissà che mondo sarebbe quello in cui il logos di Platone e le giuste leggi di Giustiniano incontrano gli insegnamenti del Buddha e i principi del confucianesimo nei verdeggianti boschi della Russia di Solženicyn?
Roberto Marzola.
venerdì 17 febbraio 2012
DALLO SPACCO DI BELEN AL VALORE DELLA DONNA
Il vertiginoso vedo-non vedo di Belen a Sanremo ha riportato l'attenzione sul valore della donna. Un tema già portato alla ribalta in passato dagli uomini pseudo-moralisti e finto-perbenisti di "Repubblica" e dintorni, che avevano puntato il ditino censorio contro le veline di "Striscia la Notizia" perché, a loro dire, ridotte ad un oggetto, vittime inconsapevoli di una speculazione ordita da vecchi lenoni ed avente ad oggetto la loro bellezza. Mercificazione del corpo femminile, insomma.Pronta la risposta del TG satirico, che respinse le accuse al mittente, sottolineando, però, come anche nei periodici di quei signori si facesse bella mostra di splendide ragazze in atteggiamenti provocatori e sensuali.
Ora, si diceva, la questione è tornata alla ribalta dopo che Belen ha mostrato a mezza Italia la sua farfallina. Quella tatuata sulla coscia...che avete capito? Il ministro per le pari opportunità, Elsa Fornero, si è detta addirittura offesa da certe donne in TV. Le ha fatto eco, in un certo senso, la collega Cancellieri, la quale ha sottolineato come sul piccolo schermo vi siano anche donne che svolgono il proprio mestiere usando il cervello, più che la propria avvenenza fisica.
A me, francamente, tutta la vicenda pare assurda. In un mondo che lancia continuamente messaggi a contenuto erotico più o meno espliciti, spesso persino volgari, si vuole far diventare un problema la mostra di una bella gamba femminile e di un inguine? Usando lo stesso metro di giudizio, allora, cosa si dovrebbe dire dei gay pride sempre più frequenti, durante i quali sfilano centinaie di maschi vestiti da donne e di donne conciate da uomini, in cui nulla è proibito e tutto è bandito, buon senso e buon gusto compresi? Cosa è e da dove deriva questo essere bacchettoni? Domande a cui non so rispondere se non pensando ad un copione scritto a tavolino, in cui la soubrette, (Belen), o il giullare, (Celentano) di turno buttano l'esca della provocazione solo per scatenare il dibattito, alzando così attenzione ed ascolti. Se così fosse, la cura sarebbe molto peggio della malattia. Sarebbe difatti molto più deprecabile la "caciara" creata ad hoc attorno ad un bel paio di gambe, piuttosto che l'esibizione stessa delle gambe. Pertanto, sapete cosa vi dico? Fa bene la Belen, (che non mi sta manco granché simpatica), a giocare con il suo corpo, a mettere strane voglie agli italiani, ad ammaliarli e a conturbarli come fecero, al loro tempo, la Carrà mostrando il proprio ombellico, Anita Ekberg col celebre bagno nella Fontana di Trevi ed Edwige Fenech nei vari film con Alvaro Vitali e soci. Ci mostri il suo corpo tutte le volte che vuole, il che, oltretutto, è anche un belvedere. E see ne facciano una ragione i signori bacchettoni e le ministre moraliste: la loro è solo ipocrisia e invidia. C'è molta più virtù in un bel corpo femminile mezzo svestito e in una farfallina che nelle loro parole. Senza quelle e con il corpo di Belen si potrebbe quasi sognare. Soliti guastafeste!
Roberto Marzola.
Ora, si diceva, la questione è tornata alla ribalta dopo che Belen ha mostrato a mezza Italia la sua farfallina. Quella tatuata sulla coscia...che avete capito? Il ministro per le pari opportunità, Elsa Fornero, si è detta addirittura offesa da certe donne in TV. Le ha fatto eco, in un certo senso, la collega Cancellieri, la quale ha sottolineato come sul piccolo schermo vi siano anche donne che svolgono il proprio mestiere usando il cervello, più che la propria avvenenza fisica.
A me, francamente, tutta la vicenda pare assurda. In un mondo che lancia continuamente messaggi a contenuto erotico più o meno espliciti, spesso persino volgari, si vuole far diventare un problema la mostra di una bella gamba femminile e di un inguine? Usando lo stesso metro di giudizio, allora, cosa si dovrebbe dire dei gay pride sempre più frequenti, durante i quali sfilano centinaie di maschi vestiti da donne e di donne conciate da uomini, in cui nulla è proibito e tutto è bandito, buon senso e buon gusto compresi? Cosa è e da dove deriva questo essere bacchettoni? Domande a cui non so rispondere se non pensando ad un copione scritto a tavolino, in cui la soubrette, (Belen), o il giullare, (Celentano) di turno buttano l'esca della provocazione solo per scatenare il dibattito, alzando così attenzione ed ascolti. Se così fosse, la cura sarebbe molto peggio della malattia. Sarebbe difatti molto più deprecabile la "caciara" creata ad hoc attorno ad un bel paio di gambe, piuttosto che l'esibizione stessa delle gambe. Pertanto, sapete cosa vi dico? Fa bene la Belen, (che non mi sta manco granché simpatica), a giocare con il suo corpo, a mettere strane voglie agli italiani, ad ammaliarli e a conturbarli come fecero, al loro tempo, la Carrà mostrando il proprio ombellico, Anita Ekberg col celebre bagno nella Fontana di Trevi ed Edwige Fenech nei vari film con Alvaro Vitali e soci. Ci mostri il suo corpo tutte le volte che vuole, il che, oltretutto, è anche un belvedere. E see ne facciano una ragione i signori bacchettoni e le ministre moraliste: la loro è solo ipocrisia e invidia. C'è molta più virtù in un bel corpo femminile mezzo svestito e in una farfallina che nelle loro parole. Senza quelle e con il corpo di Belen si potrebbe quasi sognare. Soliti guastafeste!
Roberto Marzola.
mercoledì 15 febbraio 2012
OLIMPIADI Sì, OLIMPIADI NO: OCCASIONE PERSA O PERICOLO SCAMPATO?
L'evento è di quelli eccezionali: per la prima volta, forse sono d'accordo con il governo Monti. Anche io, difatti, ero e sono contrario alla candidatura di Roma per le Olimpiadi del 2020. Non perché non fosse un'occasione di prestigio, buona per riscattare un'immagine all'estero dell'Italia dalle quotazioni piuttosto in ribasso. Ci mancherebbe! Semplicemente, non possiamo permettercelo. 8 miliardi di Euro sono un lusso che l'Italia non può concedersi, specie se più della metà di questi soldi devono essere garantiti dallo Stato. Non voglio neanche pensare dove avrebbe preso questi denari il governante di turno, sebbene abbia più di un sospetto in tal senso.
Dunque, pericolo scampato o almeno così pare. Se non altro, stavolta si dà dimostrazione di aver imparato qualcosa dalle lezioni del passato. Sappiamo tutti come sono andate le cose ad Italia '90. Abbiamo visto cosa hanno portato le Olimpiadi invernali a Torino, (26 milioni di passivo). Sui mondiali di nuoto del 2009 a Roma, addirittura, sta indagando la Magistratura, per cercare di capire dove sono finiti i 400 milioni di Euro di finanziamenti, visto che la struttura non fu mai realizzata e gli atleti furono indirizzati al Foro Italico.
Di fronte a tutto questo, il duo Alemanno-Polverini cosa fa, ci chiede di "investire" nelle Olimpiadi? Per farvore! Piuttosto, preferisco investire soldi pubblici nel restauro del Colosseo, in maniera tale da non dipendere dalle vicende legate al sig.Della Valle di turno. Quello sì che sarebbe un investimento intelligente!
Magari, alla suddetta coppia potrebbe far bene leggere i risultati di uno studio, (riportato da "Il Fatto Quotidiano" e consultabile qui), della East London University, secondo cui i Giochi della quarta fase dell'era moderna sono sì presentati come opportunità di rigenerazione per la città che li ospita, ma finiscono col diventare uno spreco di risorse pubbliche e un ottimo affare solo per le speculazioni private.
C'è, infine, un ultimo dato inquietante su cui riflettere: le Olimpiadi portano terribilmente sfiga. Quelle del 2004, infatti, sono state una vera e propria maledizione per la Grecia; forse il colpo di grazia per un Paese già in difficoltà. Un Paese che non ha saputo più riprendersi dopo la voragine causata dai lavori per le strutture olimpioniche, di cui restano solo degli edifici deserti.
Insomma, stavolta, oltre ai quattrini, possiamo risparmiarci persino gli scongiuri. Una soddisfazione mica da poco di questi tempi. Volete mettere?
Roberto Marzola.
Dunque, pericolo scampato o almeno così pare. Se non altro, stavolta si dà dimostrazione di aver imparato qualcosa dalle lezioni del passato. Sappiamo tutti come sono andate le cose ad Italia '90. Abbiamo visto cosa hanno portato le Olimpiadi invernali a Torino, (26 milioni di passivo). Sui mondiali di nuoto del 2009 a Roma, addirittura, sta indagando la Magistratura, per cercare di capire dove sono finiti i 400 milioni di Euro di finanziamenti, visto che la struttura non fu mai realizzata e gli atleti furono indirizzati al Foro Italico.
Di fronte a tutto questo, il duo Alemanno-Polverini cosa fa, ci chiede di "investire" nelle Olimpiadi? Per farvore! Piuttosto, preferisco investire soldi pubblici nel restauro del Colosseo, in maniera tale da non dipendere dalle vicende legate al sig.Della Valle di turno. Quello sì che sarebbe un investimento intelligente!
Magari, alla suddetta coppia potrebbe far bene leggere i risultati di uno studio, (riportato da "Il Fatto Quotidiano" e consultabile qui), della East London University, secondo cui i Giochi della quarta fase dell'era moderna sono sì presentati come opportunità di rigenerazione per la città che li ospita, ma finiscono col diventare uno spreco di risorse pubbliche e un ottimo affare solo per le speculazioni private.
C'è, infine, un ultimo dato inquietante su cui riflettere: le Olimpiadi portano terribilmente sfiga. Quelle del 2004, infatti, sono state una vera e propria maledizione per la Grecia; forse il colpo di grazia per un Paese già in difficoltà. Un Paese che non ha saputo più riprendersi dopo la voragine causata dai lavori per le strutture olimpioniche, di cui restano solo degli edifici deserti.
Insomma, stavolta, oltre ai quattrini, possiamo risparmiarci persino gli scongiuri. Una soddisfazione mica da poco di questi tempi. Volete mettere?
Roberto Marzola.
giovedì 26 gennaio 2012
GIORNATA DELLA MEMORIA ANCHE PER IL POPOLO PALESTINESE!
Domani si celebrerà come di consueto la
"Giornata della Memoria", dedicata alle vittime dell'Olocausto. La maggior parte dell'opinione pubblica e dei media sposterà indietro le lancette dell'orologio, per riportarsi alla metà degli anni '40, vale a dire quando si scoprirono, (o si finse di scoprire...), i 6 milioni di morti della Shoah. Sarà l'occasione per ricordare che "Israele è un popolo che ha tanto sofferto" e che è "un popolo amico"; verranno proiettati in tutta Europa documentari, foto e film sul tema; si ripeteranno i soliti sermoni sugli "orrori e sulle tragedie del passato". Quest'anno, però, ci potrebbe essere un elemento di novità. Dopo la dichiarazione di guerra firmata da Riccardo Pacifici, che si è detto non più disposto a tollerare attacchi alla comunità ebraica, (ci piacerebbe sapere quali!), sembra partita la caccia al revisionista o, se preferite, al negazionista. In molti, infatti, puntano il dito contro quel manipolo di studiosi che si dice per niente affatto convinto di certe pagine della storia dell'Olocausto e che vuole approfondirle. Praticamente, un nuovo veto alla scienza, proprio come ai tempi della peggior Inquisizione; se vogliamo, anche un nuovo dogma, che nessuno si deve sognare di discutere, criticare, studiare e approfondire, a meno che non si voglia incorrere in sanzioni penali create ad hoc (da tempo, anche in Italia, si parla dell'opportunità di introdurre uno specifico "reato di negazionismo"). Mi domando solo quando è che saranno ripristinate le censure, le abiure pubbliche e i roghi per gli eretici e le streghe...
Non mi inerpico ulteriormente su questo sentiero, per il semplice fatto che non ne ho le competenze specifiche. Da persona qualunque, tuttavia, mi sento di dire una cosa: in una giornata come quella del 27 gennaio, in cui tutto il mondo rivolge la propria attenzione al passato, (vero o presunto), dello Stato e della gente di Israele, io dico che forse sarebbe il caso di volgerla anche al loro presente. Mi riferisco, ovviamente, allo sterminio del popolo palestinese attuato proprio dagli israeliani. Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, infatti, Israele sta conducendo una tremenda battaglia che, di fatto, ha cancellato la Palestina dalle carte geografiche e decimato la popolazione palestinese.
Peace Reporter rende noto che "le guerre tra Israele e i paesi arabi confinanti, del 1948 al 1973, hanno causato la morte di circa 100mila persone. La prima Intifada, dal 1987 al 1992, ha causato la morte di 2 mila persone, in massima parte palestinesi. Dall'inizio della seconda Intifada (settembre 2000) al 20 giugno 2007, hanno perso la vita 4626 palestinesi e 1050 israeliani. Almeno 214 palestinesi sono morti negli scontri tra le milizie di Hamas e Fatah. Il bilancio provvisorio della guerra nella Striscia di Gaza del dicembre 2008/gennaio 2009 è di quasi 800 palestinesi morti, quasi metà dei quali civli, e 11 vittime israeliane ". Io, più modestamente, aggiungo che tutto questo è avvenuto nella più totale indifferenza da parte degli organismi internazionali che, anzi, hanno più volte preso le difese di Israele, foraggiato, monetariamente e militarmente, dagli U.S.A. e dal codazzo dei loro servitori.
Direi che si tratta di una situazione, di fatti e di numeri che non abbisognano di particolari commenti. Crimini di una tale efferatezza, (e per giunta impuniti!), dovrebbero commentarsi da soli. Ritengo opportuno solo ricordare le parole di José Saramago, che sembra aver capito ben prima di me il legame tra Shoah ed Olocausto palestinese. Il premio Nobel, non molti anni fa, disse: "gli ebrei non meritano più comprensione per le sofferenze patite durante l'Olocausto. Vivere nell'ombra dell'Olocausto ed aspettarsi di essere perdonati di ogni cosa che fanno, a motivo della loro sofferenza passata, mi sembra un eccesso di pretese. Evidentemente non hanno imparato molto dalla sofferenza dei loro genitori e dei loro nonni".
Un'affermazione molto forte, (che infatti gli è costata più di un'accusa di antisemitismo), che tuttavia mi sento di condividere in pieno. Siano gli israeliani i primi ad imparare la lezione che viene dalla Shoah. Depongano le armi una volta per tutte e denuncino loro stessi i crimini di guerra davanti ai Tribunali internazionali. Restituiscano le terre indebitamente occupate al popolo palestinese, loro legittimo proprietario. La piantino con il loro vittimismo. Accettino la pacifica convivenza oppure se ne vadano da quelle zone, cercando altrove la "terra promesa". Infine, accettino anche la sfida lanciata dal revisionismo perché, francamente, credo che nessuno sia più disposto a credere all'esistenza di "un popolo eletto" e a tollerare i loro capricci. A parte loro, ovviamente.
Roberto Marzola.
"Giornata della Memoria", dedicata alle vittime dell'Olocausto. La maggior parte dell'opinione pubblica e dei media sposterà indietro le lancette dell'orologio, per riportarsi alla metà degli anni '40, vale a dire quando si scoprirono, (o si finse di scoprire...), i 6 milioni di morti della Shoah. Sarà l'occasione per ricordare che "Israele è un popolo che ha tanto sofferto" e che è "un popolo amico"; verranno proiettati in tutta Europa documentari, foto e film sul tema; si ripeteranno i soliti sermoni sugli "orrori e sulle tragedie del passato". Quest'anno, però, ci potrebbe essere un elemento di novità. Dopo la dichiarazione di guerra firmata da Riccardo Pacifici, che si è detto non più disposto a tollerare attacchi alla comunità ebraica, (ci piacerebbe sapere quali!), sembra partita la caccia al revisionista o, se preferite, al negazionista. In molti, infatti, puntano il dito contro quel manipolo di studiosi che si dice per niente affatto convinto di certe pagine della storia dell'Olocausto e che vuole approfondirle. Praticamente, un nuovo veto alla scienza, proprio come ai tempi della peggior Inquisizione; se vogliamo, anche un nuovo dogma, che nessuno si deve sognare di discutere, criticare, studiare e approfondire, a meno che non si voglia incorrere in sanzioni penali create ad hoc (da tempo, anche in Italia, si parla dell'opportunità di introdurre uno specifico "reato di negazionismo"). Mi domando solo quando è che saranno ripristinate le censure, le abiure pubbliche e i roghi per gli eretici e le streghe...
Non mi inerpico ulteriormente su questo sentiero, per il semplice fatto che non ne ho le competenze specifiche. Da persona qualunque, tuttavia, mi sento di dire una cosa: in una giornata come quella del 27 gennaio, in cui tutto il mondo rivolge la propria attenzione al passato, (vero o presunto), dello Stato e della gente di Israele, io dico che forse sarebbe il caso di volgerla anche al loro presente. Mi riferisco, ovviamente, allo sterminio del popolo palestinese attuato proprio dagli israeliani. Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, infatti, Israele sta conducendo una tremenda battaglia che, di fatto, ha cancellato la Palestina dalle carte geografiche e decimato la popolazione palestinese.Peace Reporter rende noto che "le guerre tra Israele e i paesi arabi confinanti, del 1948 al 1973, hanno causato la morte di circa 100mila persone. La prima Intifada, dal 1987 al 1992, ha causato la morte di 2 mila persone, in massima parte palestinesi. Dall'inizio della seconda Intifada (settembre 2000) al 20 giugno 2007, hanno perso la vita 4626 palestinesi e 1050 israeliani. Almeno 214 palestinesi sono morti negli scontri tra le milizie di Hamas e Fatah. Il bilancio provvisorio della guerra nella Striscia di Gaza del dicembre 2008/gennaio 2009 è di quasi 800 palestinesi morti, quasi metà dei quali civli, e 11 vittime israeliane ". Io, più modestamente, aggiungo che tutto questo è avvenuto nella più totale indifferenza da parte degli organismi internazionali che, anzi, hanno più volte preso le difese di Israele, foraggiato, monetariamente e militarmente, dagli U.S.A. e dal codazzo dei loro servitori.
Direi che si tratta di una situazione, di fatti e di numeri che non abbisognano di particolari commenti. Crimini di una tale efferatezza, (e per giunta impuniti!), dovrebbero commentarsi da soli. Ritengo opportuno solo ricordare le parole di José Saramago, che sembra aver capito ben prima di me il legame tra Shoah ed Olocausto palestinese. Il premio Nobel, non molti anni fa, disse: "gli ebrei non meritano più comprensione per le sofferenze patite durante l'Olocausto. Vivere nell'ombra dell'Olocausto ed aspettarsi di essere perdonati di ogni cosa che fanno, a motivo della loro sofferenza passata, mi sembra un eccesso di pretese. Evidentemente non hanno imparato molto dalla sofferenza dei loro genitori e dei loro nonni".
Un'affermazione molto forte, (che infatti gli è costata più di un'accusa di antisemitismo), che tuttavia mi sento di condividere in pieno. Siano gli israeliani i primi ad imparare la lezione che viene dalla Shoah. Depongano le armi una volta per tutte e denuncino loro stessi i crimini di guerra davanti ai Tribunali internazionali. Restituiscano le terre indebitamente occupate al popolo palestinese, loro legittimo proprietario. La piantino con il loro vittimismo. Accettino la pacifica convivenza oppure se ne vadano da quelle zone, cercando altrove la "terra promesa". Infine, accettino anche la sfida lanciata dal revisionismo perché, francamente, credo che nessuno sia più disposto a credere all'esistenza di "un popolo eletto" e a tollerare i loro capricci. A parte loro, ovviamente.
Roberto Marzola.
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